Di linee d’ombra e muretti da scavalcare

Ho passato la mia adolescenza e post-adolescenza con amiche fisicamente simili a me: alte e ben piazzate. Piccoli dolori da niente come avere un reggiseno troppo scomodo per la nostre quinte o il mal di schiena per “la gobba da fardello” erano dolori comuni. Mi sentivo a mio agio con loro, non ero nemmeno quella con le tette più grandi.

Succede che il tempo passa, chi è simile fisicamente a volte non lo è per attitudini e modi di vedere la vita; si cresce, qualcuno è più inquieto (io), altri più tranquilli (loro), le strade si dividono. Ti ritrovi con altri amici, inquieti come te, o almeno in un modo molto più simile a quel tuo arrampicarti affannosamente alla finestra dell’età adulta.

Per me l’età adulta è come una casa in cui bisogna entrare, per forza di cose, a meno che non voglia barboneggiare in strada. Dormire in strada è anche figo se lo fai per un paio di notti ma con questo freddo non è proprio una passeggiata di salute (tralasciando il fatto che non sarebbe neppure il massimo della sicurezza).

Per quel che mi riguarda, io non sono ancora riuscita a trovare le chiavi del portoncino principale: probabilmente devo solo andare dal ferramenta a farmi un doppione, ma sono pigra e, preferisco darmi all’arrampicata: la finestra è leggermente aperta e il muretto non mi sembra così alto. Ebbene, giusto per la cronaca, ora mi trovo nell’imbarazzante posizione intermedia in cui non si può più “nè scendere, nè salire”, preda di una crisi isterica (e non c’è nemmeno una rientranza a forma di vertebra di molfetta).

roccia friabile Comunque sia, in questa compagnia di scemi illusi arrampicatori dai piedi penzolanti ci sto bene; chi è già riuscito a scavalcare il muretto è lissù e ci tende la mano, chi è ancora giù sente le nostra urla di sprono. Si sale insieme, ognuno col suo passo ma insieme.

Spesso ci ritroviamo a fare discorsi da linea d’ombra pieni di frustrazione, rassegnazione e inadeguatezza che vista da fuori mi sembra proprio una roba poetica, vista da dentro a volte, per fortuna non spesso, mi sembra dramma puro. Siamo tutti dei  sognatori, ma in questa provincia, in questa regione, in questa nazione, qui, insomma, non si campa di arte, di musica, di letteratura, di cultura in generale.

Io, per esempio, starei finendo la mia strabenedettissima triennale lavorando per pagare il mio ennesimo anno da fuori corso e le mie lezioni di inglese per ottenere una certificazione da infilare nel curriculum e migliorare la lingua. Il lavoro che faccio è abbastanza stimolante, ma non è quello della vita, per tante ragioni.

Non so cosa voglia fare da grande. So cosa non voglio essere, ma non è abbastanza.

Cerco, semplicemente, di essere ottimista, di lasciare i canali aperti, come direbbe la mia maestra di balli popolari. Non so dove sarò al riparo dal prossimo monsone ma spero di essere, nuovamente, in viaggio.

Strano è che dei miei 15 anni passati in chiesa mi ricordi precisamente solo un brano del Vangelo di Matteo, quello sulle preoccupazioni. Che creda o non creda ora, quando ripenso a queste parole il cuore mi si scioglie e mi sento immediatamente più tranquilla:

25 Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 27 E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? 28 E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano;29 eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. 30 Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? 31 Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” 32 Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. 34 Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno. (Matteo 6, 25-34)

Al di là delle varie interpretazioni teologiche io questo pezzo l’ho sempre visto come un: “se ti comporti secondo la tua natura avrai un buon karma e supererai ogni difficoltà” e lo tengo lì, come una coperta di Linus, a scaldarmi quando il muretto da scalare mi sembra troppo alto. Potrei anche scendere e cercare il ferramenta aperto per entrare dalla porta principale ma, forse, quello non è il mio modo.

Prima cercavo il testo della canzone di Jovanotti ispirata al libro di Conrad e ho trovato questo video con degli interventi di Tiziano Terzani, di cui sto leggendo “Un indovino mi disse”, fatevi un regalo e premete play, secondo me non saranno sei minuti sprecati: