Heidi e Clara sono in città

HEIDI
La storia della provincialotta a cui sorridono i monti e della sua amica di città ritorna, e non solo al cinema

La mia Heidi 2.0 vive alla periferia della città; i monti le sorridono ancora, per la precisione il Monte Tifata, che ultimamente non se la passa molto bene ma, qualche secolo fa, era famoso per il suo santuario di Diana Tifatina, quello di Giove Capitolino e i suoi boschi, ricchi di cervi e cinghiali.

Questa Heidi post-moderna, dicevo, se vuole che le caprette le facciano Ciao sa a chi rivolgersi; tutta roba naturale, s’intende, sei pur sempre Heidi, e anche se la provincia di Caserta non è la Svizzera, la passione per le erbe non è passata.

Heidi ha barattato il cane Nebbia per un pinscher nano senza una zampa, trovato per caso vicino un cassonetto della spazzatura, in un maggio di tanti anni fa… la mamma di Heidi, che a sarcasmo non scherza (sarà una dote di famiglia) l’ha chiamato Pistorius, perché il piccolo cane con tre zampe corre come un fossennato. Un mese dopo, tutto il mondo scoprì che Pistorius, quello vero, fu accusato dell’omicidio della fidanzata. Tentare di cambiare nome ad un cane che, probabilmente, aveva già un nome, perché abbandonato, sembrava a tutti una cosa complicata, una di quelle robe da crisi di identità, quindi il nome è rimasto, assassinio o meno.

Heidi 2.0 ha persino un Peter, un amico scemo che ne sopporta e supporta le mirabolanti avventure ma che, grazie alla crisi (infinita) del Meridione, è emigrato al “Norde”. Le passeggiate per i pascoli sono diventate lunghe chiacchierate skype e spropositati messaggi vocali su whatsapp (Heidi è campionessa di lunghezza; anni e anni di duro allenamento al pollice opponibile hanno portato al record di 13 minuti per un solo audio… davanti a cotanta parlantina il concetto di infinità è da ridefinire… ), ma l’affetto è sicuramente lo stesso, da vicini come da lontani.

In questa vita da pastorella metropolitana compare Clara: capelli biondi, occhi verdi, pelle bianca e…una carrozzina. Heidi ha una zia che ne ha una simile e il giorno prima di incontrare Clara per la prima volta stava giocando con quella, correndo nel corridioio di casa di suo nonno, figo ancora di più dell’originale (sì, Heidi ha quasi 28 anni ma molto spesso se ne dimentica). Heidi non avrebbe mai immaginato che di lì a poco avrebbe conosciuto così bene i meccanismi di una sedia come quella, che diventa un’estensione della persona che ospita.

Ma la vita è strana… Così Heidi, il Primo Ottobre 2015 si ritrova a prenotare un volo per il Portogallo senza sapere come pagare le spese di quel viaggio e ,due minuti dopo, riceve una telefonata: Clara ha bisogno di una persona che le faccia compagnia e l’aiuti il pomeriggio, forse potrebbe interessare questo lavoro, non è molto difficile e poi “tu ci sai fare con i disabili“.

Ovvio, se sei cresciuta in una famiglia in cui ci sono almeno tre persone affette da disabilità hai una percezione diversa della vita. A volte Heidi si chiede come sia possibile, invece, che certe famiglie non ne abbiano nemmeno uno, di disabile in casa, per dire. Ma è un aspetto della propria vita con cui Heidi sta cercando di far pace: è la sua vita, suo fratello, le sue zie, la sua famiglia, è una roba viscerale a cui la rabbia deve arrendersi e deve dar spazio solo all’amore… e anche in questo c’è lo zampino di Clara.

Comunque, Heidi incontra Clara, le due si piacciono sin da subito e nasce una storia alla “Quasi amici“; le avevano dipinto Clara come una ragazza depressa ma Heidi non ci crede: un senso dell’umorismo così acuto e un sorriso così bello e così facile da sbocciare sono caratteristiche di chi è tutt’altro che depresso. É solo che quando tutti intorno a te ti danno sguardi tristi, compassionevoli, gravi, è difficile dimostrare quanto si ami la vita, anche da seduta. Soprattutto da seduta.

Certo, a volte non è così semplice; siamo pur sempre circondati da persone che continuano a vedere un disabile come un alieno; siamo pur sempre figli di un’insensibilità ed ignoranza dilagante, che ci fa essere così partecipi ad una causa solo se ci tocca direttamente.

Poi ci sono le difficoltà quotidiane; gli scazzi di Clara, quelli di Heidi, siamo esseri umani, insomma… c’è quel pensiero sottinteso di Clara “ok, starò anche su questa dannata sedia, ma non è che sono una marionetta, nè tantomeno sono un angioletto…” , le giornate no capitano a tutti…

Ma hanno visto Heidi commuoversi per un miglioramento quasi impercettibile di Clara (dite ai cartonisti giapponesi che è praticamente impossibile alzarsi da una sedia senza dosi giornaliere e massicce di fisioterapia, a meno che tu non ti chiami Lazzaro e abbia amicizie davvero in alto); hanno visto Clara ridere senza fermarsi e hanno visto un lavoro trasformarsi in una bella amicizia.

Non si sa precisamente quando questa strana coppia cesserà, almeno con questa “ingerenza” l’una nella vita dell’altra; la vita é strana, dicevamo, e Heidi sa che prima o poi dovrà scappare verso altri orizzonti.

É una questione di prospettive“, e cambiarle è quello che, in assoluto, fa stare più bene Heidi.

É grata per quello che sta realizzando qui, ma sa che, non sarà per sempre qui la sua casa.

Porterà Clara, che intanto migliorerà sempre di più, nel suo cuore…e forse anche con sè.

Ma questa è un’altra storia. Un’ altra storia del libro della mia, mirabolante, incasinata, bellissima vita.

 

 

 

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sensi di colpa

cerco di ridurre lo stress della mia vita

Lorenzo piedi grandi, cammina bello dritto”.

Lorenzo che non sorride mai e, se ride, ride a volume altissimo, a sproposito, per attirare l’attenzione.

Lorenzo che ti abbraccia, che ti prende la mano, che ti mette in imbarazzo davanti alla gente.

Lorenzo che ti chiede “di che anno sei?” prima di chiederti come ti chiami; che ti chiede “ti piacciono gli gnocchi all’ortolana?” mentre stai parlando con qualcun altro di un qualsiasi argomento e se rispondi di no, stai certo che ti chiederà subito “perché?”.

Lorenzo che cerca le parolacce nelle canzoni, perché gli fa ridere il fatto che non si possano dire e quei cantanti “scostumati” le usino.

Prima di lui non conoscevo nessuno che si chiamasse così, poi, dopo la sua nascita, la mia vita si è riempita di Lorenzo, che, per forza di cose, mi erano simpatici. Lorenzo ha sradicato tutti coloro che l’hanno conosciuto bene dalla “normalità”, ribaltando definitivamente le vite “tranquille” di una famiglia di un buco di paese di un’ anonima provincia del sud Italia, piena di buche sull’asfalto e di apatia esistenziale.

Lui ci ha messo di fronte a delle realtà familiari che non volevamo guardare, più vicine di quanto pensassimo.

Lui, a volte, mi fa pensare che ci sia qualcosa di “sbagliato” nel mio sangue, in me, e, quasi quasi, se non trovo nessuno con cui dividerla stà vita, se il mio orologio biologico è indietro o troppo avanti e non riesco a lasciare un piccolo esemplare di Benedict femmina o maschio che pianga sulla mia tomba quando tirerò le cuoia, va bene così.

In effetti io sola non sarò mai, c’è sempre Lorenzo: lui per me, molto più di quanto io potrei esserci per lui. Io che essere sorella dopo 20 anni non l’ho ancora capito, io che molte volte ho quasi voluto che Lorenzo non fosse entrato nella mia vita tranquilla di bambina viziata, io che me ne sono vergognata, e non poco.

Io che quando urla e si sbatte a terra lo odio, io che non credo che imbottirlo di farmaci gli faccia bene ma che mi arrendo al fatto che tante altre strade siano state provate e così siano fallite.

Quello che mi spezza il cuore è che Lorenzo sa benissimo di non essere come gli altri…e io vorrei dargli un pezzettino della mia “normalità”, per fargli capire che non è niente, che in realtà non esiste, che forse lui è migliore di tanti, tantissimi, suoi coetanei…anzi, togliamo il forse, lo è.

Il futuro per ognuno di noi è un’incognita, per Lorenzo lo è ancora di più. Sua sorella deve e vuole esserci, qualsiasi cosa gli succeda, ma non come vittima, come complice.

E questa è la parte più difficile: cercare di non usare Lorenzo come il grande alibi della mia vita, ma la grande spinta.

Hai detto niente.