E non hai visto ancora niente

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Due nuovi tatuaggi.

I miei capelli di nuovo corti.

Tanto lavoro, troppo poco studio.

Ospedali, per la prima volta per così tanto tempo.

Gli occhi di mio nonno, la sua voce, le sue mani enormi, il suo consumarsi rimanendo in sè fino all’ultimo. E il mio cuore spezzato da qualcosa che non potrà risanarsi mai più.

Casa mia, sempre più piena, sempre meno casa mia.

I Flixbus verso il norde e gli autisti fast&furious contro ogni limite possibile e immaginabile.

Le stronzate che feriscono chi ti vuole bene da sempre, aver paura di rovinare i rapporti. Riuscire ad essere maturi una volta nella vita, ringraziando gli dei, e superare tutto.

I nuovi amici, conoscersi da poco e sembrare di essere cresciuti insieme.

Gli amari a fine serata.

Gli amici. Sempre gli amici. Li amo tutti ma non glielo dirò mai. Non serve dirglielo. La fortuna di avere questa rete che ti sorregge senza appesantirti. L’ammore che ti circonda e circola anche se non te ne accorgi (o fai finta di non accorgertene).

Le risate con Geppi, la fortuna che ci sia ancora a sopportarmi.

I discorsi infiniti in auto, le sigarette, le parole assonnate, le albe inattese.

I concerti che non riesco a contare, tanti che ce ne sono stati.

I baci, troppi o troppo pochi.

I baci e basta. Basta che baci.

Gli occhiali nuovi. E un nuovo volto con gli occhiali con cui parlare.

Le gite, gli orizzonti che non avevo mai visto, i posti dove non avevo mai dormito. Il cavallo che non avevo mai cavalcato (trauma del 2016). L’acqua salata, quella clorata e io che ci nuoto dentro perdendomi nei miei pensieri.

I progetti condivisi. La fatica, l’ansia, la frustrazione per prepararli. La soddisfazione immensa nel riuscirci, anche questa volta.

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#lmpf5 con gli occhi del bambino 

Le partenze degli altri, i ritorni attesi.

Le smorfie in foto. I giochi da tavolo. Le occhiaie accessorio autunno-inverno-primavera-estate. I sorrisi. Le persone che ho fatto sorridere. Le persone che ho fatto incazzare.

I miei malumori. L’insicurezza. La paura. Forzare le cose. Non fidarsi degli altri. Rovinare tutto. Pensare che così doveva andare. Che i punti servono perché poi si va daccapo.

Il battito del mio cuore.

Le situazioni che do per scontato. Quelle che non realizzo mai siano così scontate.

L’amore che c’è, c’è stato, ci sarà. L’amore che mi smuoverà, che mi farà raggiungere quello che devo raggiungere.

L’amore per me stessa. Per la parola scritta e per tutto ciò che rappresenta per me.

Voglio un 2017 in cui sono costante in quello che faccio. In quello che voglio fare. Consapevole che non ci sia nessun deus ex machina che appaia a salvarmi ma ci sono io, anima salva di nome e di fatto.

Poi, il resto, verrà da me.

Piccolo tassello di un puzzle più complesso.

Non mi interessa, seppur dovessi essere un pezzetto qualsiasi del cielo.

Ci sono.

 

 

 

 

Non sarò da meno (sabato sarò a Roma)

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Qualcuno, parlando di me, ha detto che ho incominciato ad essere me stessa davvero quattro anni e mezzo fa. Mi dispiace dirlo, ma ha terribilmente ragione.

Qualcuno mi ha sempre detto che “le parole provocano e fanno male più di una spada” per giustificare tutti gli schiaffi presi nella mia infanzia, pre-durante-post adolescenza, per tutte le volte che ho dato una risposta non gradita. Sono cresciuta così, a “mazz’ e panelle” dai miei genitori, forse impreparati, forse un po’ frustrati, forse avviliti, che hanno reagito a me, figlia tremenda, come avrebbero fatto i loro (anzi, i nonni avrebbero fatto di gran lunga peggio, questo lo ammetto). Non vado fiera di tutte le “botte” prese, ma col tempo ho saputo parlarne con mia mamma e mio padre, superare alcuni brutti episodi, capire, in qualche modo.

Ma capita che, se cresci con la frase “mi hai provocato con le parole” un po’ pensi che se si reagisce con uno schiaffo ad una qualsiasi frase tagliente detta nel pieno della rabbia sia normale.

É successo così anche con lui, quattro anni e mezzo fa.

Ero arrabbiata, ero frustrata, volevo far male in qualche modo a me stessa e a lui, volevo che la nostra coppia dall’andazzo morboso si esaurisse, si suicidasse, ma non avrei mai pensato così.

Col senno di poi mi sembra tutto confuso e lontano, impossibile, quasi, che sia davvero accaduto. Lui è il ragazzo perfetto, quello che piaceva a mia mamma, che studia in una buona facoltà, ragazzo “di paese”, che va in chiesa tutte le domeniche, impegnato nella vita comunitaria, iscritto perfino al PD. Per mesi ho ripetuto che la colpa era stata soltanto mia.

Invece no. Bisogna perdonare se stesse. E poi anche lui, se ti sembra sincero nel chiederti scusa, ma non starci più insieme.

Bisogna pensare che col prossimo non sarà più così; bisogna non aver paura di stare al telefono con un uomo che ti piace per più di mezz’ora perché con lui, a telefono, ci litigavi ore intere; bisogna brillare di luce propria ma permettere che questa luce si possa vedere da fuori, qualora ci fosse qualcuno che godrebbe del tuo bagliore. Perché, non sei più quella ragazza insicura di quattro anni fa, sei cambiata, e solo in meglio.

Quando ero adolescente ero interessata alle dinamiche partitiche della politica. Ora no, non più, ora sono interessata semplicemente alla politica “applicata”.

Quindi, da qui, un grande interessamento al femminismo. Un femminismo inteso come promozione di valori al di là dei pregiudizi; verso una maggiore indipendenza non tanto pratica, quanto di pensiero.

Pensare di poter stare bene anche senza un uomo al proprio fianco; di poter essere libera di camminare in strada la sera e non aver paura; poter fare benzina di notte senza trascinarmi l’amico di turno a farmi da guardia del corpo; di non essere oggetto di critiche, soprattutto da altre donne che sembra abbiano il cervello ancora inzuppato di retaggi di un mondo maschile e maschilista che non ci appartiene più.

Pensare di poter avere accesso alla pillola del giorno dopo al primo ambulatorio di guardia medica/pronto soccorso ginecologico in cui ti fermi, e non dover aspettare che passino ore e che apra il consultorio (e non è detto che nel consultorio te la prescrivino con così tanta rapidità).

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Per questo, per molti altri motivi; per me e per le donne belle e forti che conosco; per quelle che non conosco ancora; per quelle che invece si sentono nullità e non riescono a riprendersi da situazioni morbose, stressanti e pericolose; per le mie cuginette piccole, che spero vivano in un mondo sempre meno rosa ma colorato di tutti i colori che vogliono; per i bambini che spero imparino a scuola e a casa che tutti possono fare tutto; sabato sarò a Roma.

Perché voglio che non ci sia più bisogno di manifestazioni “di genere”, del genere.

Per informazioni:

https://nonunadimeno.wordpress.com/

 

Senza mani, senza piedi (e senza sellino)

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Ultimamente dormo massimo sei ore a notte, precisamente dalla prima notte in cui ti ho scritto.

Mi piace pensare che quelle ore mancanti alle mie canoniche otto siano in giro;

a far compagnia alle mie occhiaie, pronte a ricordarmi allo specchio che mi manca qualcosa;

tra le sigarette che ho fumato di notte, insieme a qualcuno, sotto casa mia prima di scendere dall’auto, quando sembra che il tempo si cristallizzi e vengono raccontate grandi verità, ci sono risate vere e piani per un domani che è già oggi;

nei bicchierini di Jageirmaster che bevo con le ragazze dietro il bancone, se la serata al club va bene, se va male, basta che sia con ghiaccio perché pure quello si mastica, mentre sto per fumarci su;

tra le parole delle canzoni che ho sempre ascoltato e che ora il mio cervello ha stabilito dovessi c’entrarci anche tu, maledetto;

tra le ruote della mia auto, tra i chilometri che ho macinato cantando per farmi compagnia, per ristabilire la mia dose quotidiana di allegria obbligatoria, mandando saluti a bambini annoiati che mi guardano dal sedile posteriore;

tra il cloro di una piccola piscina di provincia, tra il mio imperfetto stile dorso, le articolazioni che scricchiolano spaventosamente e i giorni persi da recuperare, in questa vita o in un’altra;

nei miei pensieri contorti come grovigli che si diramano dalla mia testa dura, una strana alternativa ai capelli che, ostinatamente, taglio via, quasi come se fossero loro gli unici veri colpevoli della mia confusione mentale.

Le mie ore di sonno mancanti, forse, stanno facendo compagnia alle tue, perse in altre situazioni che non mi toccano.

I pensieri, il tempo, i soldi, ognuno li spende come vuole.

Ma a me piace immaginare che in un universo parallelo ci siano due come noi che si prestano il sonno perduto. Ritrovandolo nelle medesime cose.

Vicini, in quel mondo e in quel modo.

(ricominciare a pensare di fidarsi di nuovo di qualcuno con, stavolta, uno sguardo meno miope del tuo, sembra sempre più difficile; come andare in bici con mille sadiche varianti: senza mani, senza piedi, senza sellino… e qui sò dolori)

Intanto, continuerò a perdermi in questa intricata Babilonia.

 

 

 

Pensavo fossero auguri

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Pensavo fosse pigrizia invece era pressione bassa” oggi compie due anni.

Lo festeggiamo con più di 3600 fan (inconsapevoli, mi sa) sulla pagina fb, un’ immagine logo fighissima uscita dalla matita della mia amica italo-portoghese Federica Siano e un mal di testa vomitoso appena passato (perché, per dirla con la parlata colorita di Torre Annunziata, “sacc’ sul’ che sò fracida“).

Comunque l’immagine è fighissima, non faccio altro che riguardarla, sono proprio io.

Quando la genta, quella manigolda e infigarda genta che non si fa mai gli affaracci sua, mi chiede cosa voglio fare da grande, a volte rispondo con molta nonchalance : “scrivere le mie mirabolanti avventure su un blog e guadagnarci pure”.

Ecco, dopo due anni, forse è il caso che mi ci metta davvero di impegno. Se dopo questo tempo non mi sono ancora scocciata, anzi, ne ho ancora più voglia, vuol dire che è la passione giusta. Anche se il mio masochismo autodistruttivo dice di no. Soprattutto perché il mio masochismo autodistruttivo dice di no.

Continuerò a trotterellare sul mio elefantino catanese.

Intanto grazie.

Davvero grazie a chiunque, per caso o no, sia passato qui anche solo una volta.

Come direbbe il mio nonno preferito, the Grand Master of Polpetta: “dovete campare cient’ann’ afor’ a chilli che tenite già“.

Da una Benedetta piena di ammore, di grazia e di gratitudine.

 

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Quando il cuore sanguina mettici un cerotto (però colorato)

È il mese di Aprile, sono in ritardo, come sempre, e vado, affannata, a lavorare dalla mia Clara. Mentre scatta il rosso, dall’altro lato del semaforo li vedo.

Lui e lei. Ho appena ascoltato un suo audio nel gruppo whats in cui siamo tutti insieme, o meglio eravamo, prima che fuggissi anche da quel gruppo; e non mi aspettavo di incrociarli lì.

Lui, col suo bel sorriso scintillante da ragazzino, nonostante sia un uomo, le parla e lei lo guarda distrattamente. Ovviamente non mi hanno notato e ne sono sollevata.

Scatta il verde e non mi muovo. Ci vuole il clacson dell’auto dietro per farmi ripartire; rimetto in moto con la mia bella nube di pensieri in testa fino a destinazione.

C’era una lista che avevo fatto quando, tre anni fa, l’ennesimo Ohdeidell’Olimpoluièproprioquellogiustoperme mi aveva fatto capire con il suo silenzio che io non ero quella giusta per lui, la lista delle coppie: un elenco di persone vicine a me che mi sembrava vivessero un ammore con la A maiuscola, uno di quelli belli, dove si vive insieme ma non in simbiosi, quelle coppie che da fuori ti fanno provare un po’ di invidia mista a speranza, che se il karma ha premiato loro, prima o poi la ruota girerà anche per te.

Ovviamente questa lista è una roba un po’ da psicopatica immatura, lo ammetto.

La loro coppia, quella di lui e lei, invece, da fuori non mi sembrava degna di entrarci nella lista; troppe rotture, troppi dissapori, troppa vita ai miei occhi non condivisa, troppe crepe (la domanda che ancora mi pongo è… chi cazzo sono io per poter giudicare da fuori un ecosistema così delicato come una relazione?).

In una di queste crepe mi ci sono infilata io, circa tre mesi dopo quel semaforo. Questo è un dato di fatto. Non l’avrei mai immaginato, mai davvero, eppure è successo. Quando per me era diventato un peso essere nella stessa stanza con entrambi sono esplosa e mi sono fatta avanti. Non volevo fare tutto questo rumore, volevo solo togliermi un peso, scrollarmi un dubbio, eppure ho fatto cadere le pedine del domino. Sono caduta io, è caduto lui, è caduta lei. Non lo so se sarebbero caduti ugualmente, so che sarei potuta rimanermene tranquilla con le mie mirabolanti avventure da sfigata che cerca di arrabbattare un po’ di affetto e invece si impelaga in incontri da Tinder o, peggio, ferisce persone che non avrebbe mai voluto ferire.

Ma è successo, è cambiato qualcosa e con un po’ di presunzione e ancora mille sensi di colpa inutili dal mio punto di vista, l’ho fatto succedere anche io.

Quel che dovrebbe accadere ora non lo so. Ieri ero seduta al tavolino di un bar con un’amica e parlavamo di tre compagne di corso incappate in storie da cuscinetto: tu stai con lui, state bene, poi lui rivede lei, impazzisce e ritorna con lei. Forse fa parte della sfiga dell’archeologa (o del masochismo dell’archeologa, mi verrebbe da dire, certo è che la vita faticosa ce l’abbiamo proprio per deformazione). Mi ripeto che andrà tutto bene, che andrò avanti come sempre, anche se ho provato ad installare Tinder un’altra volta ma l’ho disattivato dopo 24 ore, di nuovo. Io sono quella che si dice forte, quella che non vuole tornare indietro nonostante ci sia tornata tante volte fino ad arrivare a dei punti di non ritorno dettati dagli altri, mica da me.

So che a questo punto il mio l’ho fatto. So che è bello quanto devastante avere i pensieri concentrati su qualcuno che con te non vuole starci, per motivi ragionevoli o meno, so che in fondo rimpiango quei tempi in cui il mio cuore era come una pietra muta, incapace di pulsare. Quante volte ho invidiato chi mi era vicino e aveva un cuore pulsante per qualcuno eppure, adesso che il mio batte ad un ritmo che non riesco a controllare, mi sento persa.

Oggi, quando sono uscita dalla doccia mi sono graffiata il petto, sotto il tatuaggio, all’altezza del mio muscolo involontario. Ci ho messo un cerotto, uno di quelli colorati, per bambini, gli unici che ho e che tollero. Mi sono vista allo specchio e ho sorriso.

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Ora ho un cuore rattoppato.

Poi sono salita su, ho preso quella stupida lista e l’ho strappata.

Non devo guardare gli altri, non devo prendere le loro storie da esempio nè devo lasciarmi condizionare da quello che mi viene raccontato.

Devo solo mettere una mano sul mio graffio, ascoltare e aspettare che si risani. Da solo.

(intanto premo Play)

La sindrome della Volpe (quella che piange e quella che disdegna)

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menomale che Zerocalcare c’è

Ci sono abitudini cicliche che ritornano quando mi succede qualcosa, o meglio faccio succedere qualcosa, che sbarella i miei equilibri precari:

Tagliare i capelli, rasarmeli quasi a zero.

venerdì sono uscita con il mio amico-cuscinetto: quasi tutti ne abbiamo uno, a volte non ne è solo uno, a volte è un insieme di entità miste che fanno parte della nostra esistenza ma non così abbastanza da poterci leggere i pensieri come tutte quelle altre presenze importanti e costanti che ci circondano. Il mio amico-cuscinetto, dicevo, ha questa capacità telepatica di farsi vivo sempre nei miei momenti peggiori: una sfiga e una costanza da pochi. In una vita parallela siamo fidanzati da quattro anni, andiamo per concerti insieme e litighiamo su quale cd mettere in auto quando scendiamo a prenderci una birra; in questa siamo due malinconici che ciclicamente si rincontrano, si annusano un po’ e poi si fermano a raccontarsi le proprie sfighe odierne. In questa vita il mio amico-cuscinetto non potrà mai essere qualcosa di più perché non gli piacciono i miei capelli corti, e io non sopporto il fatto che lui non capisca che io sono una da capelli corti, che non è solo un taglio, è il mio modo di dire al mondo quello che sono, nonostante tutto.

Comunque, dicevo, quando il mio amico-cuscinetto (che, ovviamente, ha un nome ma non lo riporterò mai alla ribalta) mi dice “tu sì troppa bella ma tien’ stì capill’ a’ uomn’” a me viene l’impulso di tagliarli ancora di più, per allungare le distanze ancora un altro po’.

Comprare un anello nuovo.

avere i soldi in tasca e capitare per caso accanto ad un mercatino artiginale, pensare che cinque anelli per dieci dita siano ancora troppo pochi e comprarne un altro. Bello davvero, con una pietra grande verde e viola, i colori della speranza e della sfiga, contemporaneamente. Perché è così che ti senti ogni volta che compri un anello nuovo dopo aver avuto una delusione d’ammore: sfigata ma speranzosa che il fosso scampato sia passato definitivamente. Ci vuole tempo, ok. Ma che passi in fretta, questo maledetto.

Contattare il mio unico ex con cui ho ancora un rapporto e andarci a prendere un caffè:

A. è tanto un bravo raagazzo, se non fosse che ci siamo lasciati prendendoci a schiaffi. Durante un concerto. Davanti a quelli che poi sono diventati i miei attuali amici.

Con una fine così, chi non vorrebbe mantenere un rapporto civile, fosse solo per mondare l’ultima immagine che il pubblico, ma soprattutto noi, abbiamo del nostro ultimo saluto?

Di tanto in tanto uno di noi si rifà vivo, di solito succede una volta all’anno, e riprendere un caffè con lui è sempre divertente; vedere quello che si è diventati l’uno senza l’altro, dare giudizi spassionati e consigli che sappiamo benissimo entrambi non verranno seguiti.

È il nostro modo di dirci quanto ancora ci si voglia bene. Magari un po’. Magari in memoria di una storia strana, piena di contrasti ma anche di crescita (ma anche no). Magari perché, non lo ammetterò mai, ma mi fa piacere, davvero.

Farmi venire la Sindrome della Volpe.

C’è questa volpe, nella favola di Esopo, che non si è applicata abbastanza per arrivare all’uva (oppure, giusto per darle il beneficio del dubbio, obiettivamente è davvero tanto difficile e rischioso arrivarci) che dice che l’uva è acerba, che a lei l’uva non piace nemmeno, che l’uva non sazia abbastanza. Eccomi qui.

Mi butto a fare una cosa, però i primi aspetti che noto sono i difetti, non i pregi. Disdegno, mi illudo che l’uva è davvero tanto lontana e acerba, mi accontento di quello che trovo in giro o, peggio ancora, digiuno, magari per altri quattro anni.

Questo è quello che mi è capitato in questo mese di agosto. Questo è quello che ho il sospetto non sia capitato solo a me, ma anche alla mia uva in questione.

So che è da psicopatici parlare di sè in terza persona, ma questo agosto ho visto due idioti avvicinarsi, pieni di paure, svuotarsele addosso ste’ paure, parole, carezze, per poi ributtarsi addosso altre paure ancora.

La volpe che disdegnava aveva lasciato il posto a quell’altra mitica volpe della letteratura per l’infanzia e non: quella del Piccolo Principe, quella che si lascia addomesticare, quella che sa che per riconoscere una rosa tra mille bisogna perdervici del tempo; quella che sa che per rendere uno svampito bimbo biondo che si è perso nel deserto un amico bisogna “creare dei legami”. Non dico che sia migliore o peggiore di quella di Esopo, semplicemente che sia diversa.

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appunto, quel bimbo biondo era un po’ più che svampito.

È stato bello che la volpe di Esopo abbia lasciato il posto all’altra; non succedeva da anni e a me brillavano gli occhi. Le persone che mi conoscevano mi vedevano meno acida del solito e qualuno ha pure osato chiedermi come mai. La risposta era bella, era una di quelle che fanno sorridere te e pure chi ne ascolta la risposta.

Poi non lo so cosa è successo, non lo saprei nemmeno dire. Fatto sta che un cuore che si apre, dopo anni, dopo le millemila pippe mentali del caso, non si richiude così in fretta. E a me, in fondo, come premio di consolazione rimane quello.

Il mio cuore aperto.

E non so se nel frattempo sono ritornata in modalità Esopo, se ho ricominciato a notare tutte le nefandezze dell’uva. Non mi interessa nemmeno.

In questi giorni di agosto ho avuto dei pensieri felici, mi sono comportata da adulta, ho capito che sono quasi pronta a superare ogni vissuto da amore post-adolescenziale e ad avere un punto di vista più adulto, che, meraviglia delle meraviglie, è arrivato naturalmente.

Forse la mia uva in questione non aveva un naso da drago, un paio di occhiali e un bello sterno su cui è appoggiata da sempre una collanina d’acciaio; forse la mia uva era solo e semplicemente la mia nuova visione del poter vivere un amore (o uno pseudoamore, comunque una cosa di quelle).

E allora ci sono riuscita. Sono comunque graffiata perché non è stato facile salire e dopo averla afferrata sono caduta dalla pianta. Ma ce l’ho. E la sto mangiando. E me la faccio andare bene, non perché in questa vita bisogna accontentarsi, ma perché c’è un limite oltre il quale ti fai solo male.

E anche una volpe stupida come me lo sa.

PS: Per tutto il resto, in questi giorni ci saranno i riti: i capelli, gli anelli, i caffè. Alle volpi piacciono tanto.

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“Scusi, posso sapere perché sono stato arrestato?”

Ora o mai più è il primo film che vidi sul G8 di Genova.
Quando i fatti accaddero avevo 13 anni, ero in vacanza in Calabria con i miei e, senza tv, le notizie circolavano solo attraverso i giornali. Ricordo che mio padre a riguardo era cupo, pensieroso, preoccupato, arrabbiato. Dopo la morte di Giuliani ancora di più.
Gli slogan non mi sono mai piaciuti, quindi nessun “Carlo vive” per me, nè tantomeno “sbirri merda”. Alla maggior parte degli “sbirri” che ho conosciuto non piace menare le mani, non piace nemmeno il loro mestiere, alcuni ci sono capitati senza capire bene perché. Penso sempre al paradosso che negli anni ’70 i ragazzi facevano di tutto per non fare il militare e ora, invece, pagano profumate mazzette per vincere un concorso. Con questa crisi del cazzo le forze dell’ordine sono gli ultimi brandelli del concetto di “lavoro fisso” della generazione dei nostri genitori.
Con questo non voglio giustificare chi alle manifestazioni mena e diventa una bestia, preso da chissà quale frenesia frustrata; assolutamente no. A qualche manifestazione, tra l’altro, ci sono andata anche io. Semplicemente non mi è mai piaciuto il confine netto tra loro e noi. Sarà perché mio nonno era uno sbirro di merda ma, soprattutto, era un poveraccio che  ha acceso un cero alla Madonna per essere entrato in polizia, perché altrimenti avrebbe sbarcato il lunario forse vendendo videocassette pirata, come suo fratello, che non ha avuto questa “fortuna”.
L’unica differenza tra mio nonno e i miei amici, ripeto, è il fatto che mio nonno non ha dovuto corrompere nessuno per entrare (se non la Madonna, che, appunto, dice di aver sognato e dice che è stata lei a dirgli di fare domanda).
Comunque, tornando al punto, io non incentrerei il mio discorso sulla commemorazione del giorno della morte di Carlo Giuliani e amen . La morte di Carlo che vive, comunque, al di là degli slogan (come Federico, come Stefano, come tante altre tristi vicende) nei miei ricordi, è solo la punta di un iceberg grande e pesante come quei giorni e giorni di brutalità estrema e cieca.
Questo non comprendo, questo non giustifico. Il fatto sia stato permesso tutto ciò, il fatto che sia scatenato qualcosa di disumano nella mente di chi ha dato gli ordini e ha agito. Qualcosa che, personalmente mi mette i brividi. Avrei potuto essere  una di quelle persone, lì, alla Diaz o a Bolzaneto. E a picchiarmi avrebbe potuto esserci mio nonno. Lui, e chi ha permesso tutto quello che è successo; lui e chi 15 anni dopo, ancora nega e rallenta le procedure processuali. Lui e chi, per dirne una, non si sta sbilanciando su quello che sta accadendo della vicina Turchia, perché intervenire militarmente poi, quando sarà troppo tardi, forse gli conviene di più.
(Intanto, succede che si oscuri la fanpage di ZeroCalcare per un post a riguardo: http://www.wired.it/play/fumetti/2016/07/19/perche-pagina-facebook-zerocalcare-stata-oscurata/ e a me viene in mente solo che sul G8 di Genova nelle scuole non viene spesa una parola… magari non dico che avremmo un poliziotto in meno, ma un poliziotto riottoso a ordini bestiali in più)