Due minuti e scendo…se non cado nel buco nero spazio/tempo. Cinque scuse reali di una ritardataria cronica.

Se per Stefano Benni, nel suo “Achille piè veloce”, “la vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate”, per la sottoscritta la vita di un ritardatario non è molto più paradisiaca: certo, è decisamente affollata, fin troppo, da amici, amanti, parenti, conoscenti, madri, padri, fratelli, che sono sotto casa ad aspettare che tu scenda. E si, sapere che c’è qualcuno che sta perdendo tempo ad aspettarti ti mette in quella particolare condizione di ansia mista a senso di colpa capace di annebbiarti la lucidità che ti contraddistingue nella vita (?) e farti perdere ancora più tempo, molto più tempo.

la vita di un puntuale tagliata

Dato che trovo, ormai, poco elegante spiegare mentre mi scuso perché questa volta non sono scesa immediatamente, ho deciso di riflettere a lungo sull’argomento e di incominciare a gettare le basi per un saggio scientifico sulla “teoria del buco nero spazio/tempo delle scale”, come l’ha chiamato una volta una mia amica…ovvero tutti quegli infinitesimi gesti capaci di occupare pochissimo spazio/tempo in condizioni “normali” ma che, proprio quando sono in ritardo diventano difficilissimi, degni di quella calma e perizia da chirurgo che, ovviamente, quando vai di fretta non possiedi.

white-large-whatever-i-m-late-anyway-clock-[3]-207-p

Studi in laboratorio ed esperienza diretta hanno individuato cinque fasi di stress che si interpongono tra te e la porta, proprio quando il percorso sembrava così facile e lineare…Provare per credere:

#1. Prevenire è meglio che pulire. Il dentifricio.

Non mi interessa quante volte laviate i vostri denti: spero che siate anche voi dell’opinione che una rinfrescata al cavo orale, prima di uscire è cosa buona e giusta.

E, mentre normalmente quando spazzolo i denti sono capace di andarmene in giro per la casa, discutere la tesi di laurea, cantare un’aria del “flauto magico”; quando sto per uscire e c’è chi mi aspetta giù, seppur stia attenta a non muovermi e a rimanere con la testa nel lavandino, quando ho finito mi accorgo che c’è lei. La macchia di dentrifico, per cui perderò dai 5 agli 8 minuti. In più.

#2. A qualcuno piace sfilata. La calza.

Non capita così spesso che indossi gonne, vestitini ed abiti femminili, in effetti. Ma quando accade e sto per indossare quelle calze rigorosamente 800 den scurissime, dalle maglie fittissime, che non diano nemmeno un po’ una parvenza di trasparenza (metti che si vede un po’ di pelle, mi vergogno, oh!) ecco lì, prima un piccolo buco, poi lo strappo si allarga e si forma una vera e propria striscia chiara. Si è sfilato il paio di calze nuovo, mai indossato, mai uscita con questo addosso.

Ottimo. Ora vai alla ricerca di un altro paio decente, o cambia proprio outfit e rivestiiti tutta. Intanto, probabilmente, qualcuno sta invecchiando sotto casa tua.

#3. Trovare un compagno è sempre più difficile. Soprattutto se sei un calzino.

Se non capita spesso che indossi abiti femminili, al contrario sono la regina dei calzini. Ma, secondo quella legge universale a cui nemmeno i miei calzini sono immuni, il 60% degli abitanti del mio cassetto ha perso il compagno in battaglia: ricordo ancora i caduti persi valorosamente nel tragitto stanza/cesto; onoro ancora i martiri del cesto dei panni sporchi (calderone delle più tremende nefandezze umane); ho istituito un memorial day per le vittime del cestello della lavatrice e annualmente getto fiori dal balcone per ricordare il luogo in cui la legge di gravità ha avuto la meglio su molti amici colorati.

Insomma…il tema è grave, il dolore è reale e c’è poco da scherzare. Si può solo pregare che per questo lavaggio sia andato tutto liscio…e, in caso contrario, cercare. Un giorno, comunque, organizzerò una spedizione “alla ricerca del calzino perduto” con tutti gli amici che non credono che sia scesa tardi perché stavo consolando un calzino dalla dipartita del suo amato.

#4. E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure. Sicuramente è rimmel.

Traumatizzata dalla preadolescenza, grazie alle parole “prima di uscire una ragazza deve indossare matita e mascara” di una bulletta di allora (che ho rincontrato poco tempo fa e ho constatato che, come tutte le bullette/bulletti ha fatto una pessima fine…”what’s goes around comes around“, come diceva anche il buon Giustino Timberlake dopo la storiaccia con la Britney), mi capita di applicare ancora questa barbara usanza di truccarmi prima di mettere il naso fuori l’uscio, più o meno con lo stesso successo di quella inesperta tredicenne qual ero all’epoca del trauma-da-bulletta. Ed ecco lì, che proprio quando so che c’è un amico giù che mi aspetta la mano trema e il mascara colpisce. Provo a togliere quel segno con il dito, errore imperdonabile. Divento come Po di Kung fu Panda…mi devo struccare e ricominciare dal via…evvai!

Devo ammettere che a questo spiacevole incidente sto ovviando con dei gesti semplici ma anarchici, non mi piego più ai canoni estetici imposti da gente che ora ha la laurea in lettere ma scrive “se potrei”: sto incominciando a uscire struccata o, al massimo, se sono in confidenza con il guidatore mi trucco comodamente seduta sul sedile del passeggero, tra una chiacchiera e l’altra, ottimizzando così abilmente il tempo del tragitto…che furbona, eh?!?

#5.”Stai uscendo?” “No, indosso il cappotto perché voglio sudare!”

Nonostante le innumerevoli peripezie, finalmente siamo sulla strada dell’ uscio…il traguardo è vicino e ti sembra che sia tutto al rallentatore mentre in sottofondo si ode la classica musichetta di “Momenti di gloria” (che, ovviamente, sto ascoltando anche io in questo momento)…ci siamo quasi, il cappotto ormai è addosso quando…

…una voce familiare irrompe a riportarti coi piedi per terra: “Stai uscendooooooo?!?

Che sia una madre (cosa assai più comune), un padre, un fratello, un convivente o un coinquilino, il risultato non cambia: stiamo tergiversando (come amo questo termine, in realtà l’ho inserito a caso)…

“Potresti comprare sei panini/ il deodorante/ le cartine/ il copriwater / la cuccia del cane?”

Come se fuori ci fosse la bufera di neve o un bombardamento nucleare e tu sei l’unico e il solo che grazie alla sua tuta progettata dalla Nasa può uscire e provvedere all’approvvigionamento familiare. E sia.

E mentre ti viene spiegato minuziosamente in che scaffale cercare l’ambita mercanzia, come se non fossi mai stato in un supermercato, la vita dei tuoi “attendenti” sotto casa scorre lentamente.

Questo è quanto.

Non sto cercando in nessun modo di scusare la mia brutta, bruttissima, pessima, infima abitudine di essere sempre in ritardo…

Sto solo dicendo che ho degli amici meravigliosi che, quando finalmente mi vedono oltrepassare la soglia magica del portone di casa e, quando la sottoscritta ha il barbaro coraggio di fare la domanda fatidica:

“È da molto che aspetti?”

Non dicono nulla, anzi…I più zen rispondono anche “Nàààà, solo due minuti!

Questo post dal finale poco paraculo è per voi.è molto che aspetti

Vi lovvo assai.

La vostra Maledetta del corasòn.

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sensi di colpa

cerco di ridurre lo stress della mia vita

Lorenzo piedi grandi, cammina bello dritto”.

Lorenzo che non sorride mai e, se ride, ride a volume altissimo, a sproposito, per attirare l’attenzione.

Lorenzo che ti abbraccia, che ti prende la mano, che ti mette in imbarazzo davanti alla gente.

Lorenzo che ti chiede “di che anno sei?” prima di chiederti come ti chiami; che ti chiede “ti piacciono gli gnocchi all’ortolana?” mentre stai parlando con qualcun altro di un qualsiasi argomento e se rispondi di no, stai certo che ti chiederà subito “perché?”.

Lorenzo che cerca le parolacce nelle canzoni, perché gli fa ridere il fatto che non si possano dire e quei cantanti “scostumati” le usino.

Prima di lui non conoscevo nessuno che si chiamasse così, poi, dopo la sua nascita, la mia vita si è riempita di Lorenzo, che, per forza di cose, mi erano simpatici. Lorenzo ha sradicato tutti coloro che l’hanno conosciuto bene dalla “normalità”, ribaltando definitivamente le vite “tranquille” di una famiglia di un buco di paese di un’ anonima provincia del sud Italia, piena di buche sull’asfalto e di apatia esistenziale.

Lui ci ha messo di fronte a delle realtà familiari che non volevamo guardare, più vicine di quanto pensassimo.

Lui, a volte, mi fa pensare che ci sia qualcosa di “sbagliato” nel mio sangue, in me, e, quasi quasi, se non trovo nessuno con cui dividerla stà vita, se il mio orologio biologico è indietro o troppo avanti e non riesco a lasciare un piccolo esemplare di Benedict femmina o maschio che pianga sulla mia tomba quando tirerò le cuoia, va bene così.

In effetti io sola non sarò mai, c’è sempre Lorenzo: lui per me, molto più di quanto io potrei esserci per lui. Io che essere sorella dopo 20 anni non l’ho ancora capito, io che molte volte ho quasi voluto che Lorenzo non fosse entrato nella mia vita tranquilla di bambina viziata, io che me ne sono vergognata, e non poco.

Io che quando urla e si sbatte a terra lo odio, io che non credo che imbottirlo di farmaci gli faccia bene ma che mi arrendo al fatto che tante altre strade siano state provate e così siano fallite.

Quello che mi spezza il cuore è che Lorenzo sa benissimo di non essere come gli altri…e io vorrei dargli un pezzettino della mia “normalità”, per fargli capire che non è niente, che in realtà non esiste, che forse lui è migliore di tanti, tantissimi, suoi coetanei…anzi, togliamo il forse, lo è.

Il futuro per ognuno di noi è un’incognita, per Lorenzo lo è ancora di più. Sua sorella deve e vuole esserci, qualsiasi cosa gli succeda, ma non come vittima, come complice.

E questa è la parte più difficile: cercare di non usare Lorenzo come il grande alibi della mia vita, ma la grande spinta.

Hai detto niente.

You can try…but you’ll never catch me, Bazinga!

bazinga bolas

Imbarazzo da primo post.

Non sono nemmeno sicura che ciò che sto scrivendo si chiami proprio post, ‘neffetti.

Sicché incominciano le mirabolanti avventure di una delle menti più eccelse di questa triste realtà casertana. Si fa per dire, eh, sarcasmo, nunsiamai che qualcuno creda davvero che abbia la pretesa di dire qualcosa di interessante e nuovo (e, soprattutto, di definirmi eccelsa). Non credeteci, no. É, piuttosto, che mi sono sfrantecata i coglioni di misurarmi la palla (eccallà).

Deve esserci qualcosa di terapeutico nel mettere alla mercè altrui il proprio folle flusso di coscienza, e sono qui per verificarlo.

Questo è.