Quando il cuore sanguina mettici un cerotto (però colorato)

È il mese di Aprile, sono in ritardo, come sempre, e vado, affannata, a lavorare dalla mia Clara. Mentre scatta il rosso, dall’altro lato del semaforo li vedo.

Lui e lei. Ho appena ascoltato un suo audio nel gruppo whats in cui siamo tutti insieme, o meglio eravamo, prima che fuggissi anche da quel gruppo; e non mi aspettavo di incrociarli lì.

Lui, col suo bel sorriso scintillante da ragazzino, nonostante sia un uomo, le parla e lei lo guarda distrattamente. Ovviamente non mi hanno notato e ne sono sollevata.

Scatta il verde e non mi muovo. Ci vuole il clacson dell’auto dietro per farmi ripartire; rimetto in moto con la mia bella nube di pensieri in testa fino a destinazione.

C’era una lista che avevo fatto quando, tre anni fa, l’ennesimo Ohdeidell’Olimpoluièproprioquellogiustoperme mi aveva fatto capire con il suo silenzio che io non ero quella giusta per lui, la lista delle coppie: un elenco di persone vicine a me che mi sembrava vivessero un ammore con la A maiuscola, uno di quelli belli, dove si vive insieme ma non in simbiosi, quelle coppie che da fuori ti fanno provare un po’ di invidia mista a speranza, che se il karma ha premiato loro, prima o poi la ruota girerà anche per te.

Ovviamente questa lista è una roba un po’ da psicopatica immatura, lo ammetto.

La loro coppia, quella di lui e lei, invece, da fuori non mi sembrava degna di entrarci nella lista; troppe rotture, troppi dissapori, troppa vita ai miei occhi non condivisa, troppe crepe (la domanda che ancora mi pongo è… chi cazzo sono io per poter giudicare da fuori un ecosistema così delicato come una relazione?).

In una di queste crepe mi ci sono infilata io, circa tre mesi dopo quel semaforo. Questo è un dato di fatto. Non l’avrei mai immaginato, mai davvero, eppure è successo. Quando per me era diventato un peso essere nella stessa stanza con entrambi sono esplosa e mi sono fatta avanti. Non volevo fare tutto questo rumore, volevo solo togliermi un peso, scrollarmi un dubbio, eppure ho fatto cadere le pedine del domino. Sono caduta io, è caduto lui, è caduta lei. Non lo so se sarebbero caduti ugualmente, so che sarei potuta rimanermene tranquilla con le mie mirabolanti avventure da sfigata che cerca di arrabbattare un po’ di affetto e invece si impelaga in incontri da Tinder o, peggio, ferisce persone che non avrebbe mai voluto ferire.

Ma è successo, è cambiato qualcosa e con un po’ di presunzione e ancora mille sensi di colpa inutili dal mio punto di vista, l’ho fatto succedere anche io.

Quel che dovrebbe accadere ora non lo so. Ieri ero seduta al tavolino di un bar con un’amica e parlavamo di tre compagne di corso incappate in storie da cuscinetto: tu stai con lui, state bene, poi lui rivede lei, impazzisce e ritorna con lei. Forse fa parte della sfiga dell’archeologa (o del masochismo dell’archeologa, mi verrebbe da dire, certo è che la vita faticosa ce l’abbiamo proprio per deformazione). Mi ripeto che andrà tutto bene, che andrò avanti come sempre, anche se ho provato ad installare Tinder un’altra volta ma l’ho disattivato dopo 24 ore, di nuovo. Io sono quella che si dice forte, quella che non vuole tornare indietro nonostante ci sia tornata tante volte fino ad arrivare a dei punti di non ritorno dettati dagli altri, mica da me.

So che a questo punto il mio l’ho fatto. So che è bello quanto devastante avere i pensieri concentrati su qualcuno che con te non vuole starci, per motivi ragionevoli o meno, so che in fondo rimpiango quei tempi in cui il mio cuore era come una pietra muta, incapace di pulsare. Quante volte ho invidiato chi mi era vicino e aveva un cuore pulsante per qualcuno eppure, adesso che il mio batte ad un ritmo che non riesco a controllare, mi sento persa.

Oggi, quando sono uscita dalla doccia mi sono graffiata il petto, sotto il tatuaggio, all’altezza del mio muscolo involontario. Ci ho messo un cerotto, uno di quelli colorati, per bambini, gli unici che ho e che tollero. Mi sono vista allo specchio e ho sorriso.

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Ora ho un cuore rattoppato.

Poi sono salita su, ho preso quella stupida lista e l’ho strappata.

Non devo guardare gli altri, non devo prendere le loro storie da esempio nè devo lasciarmi condizionare da quello che mi viene raccontato.

Devo solo mettere una mano sul mio graffio, ascoltare e aspettare che si risani. Da solo.

(intanto premo Play)

La sindrome della Volpe (quella che piange e quella che disdegna)

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menomale che Zerocalcare c’è

Ci sono abitudini cicliche che ritornano quando mi succede qualcosa, o meglio faccio succedere qualcosa, che sbarella i miei equilibri precari:

Tagliare i capelli, rasarmeli quasi a zero.

venerdì sono uscita con il mio amico-cuscinetto: quasi tutti ne abbiamo uno, a volte non ne è solo uno, a volte è un insieme di entità miste che fanno parte della nostra esistenza ma non così abbastanza da poterci leggere i pensieri come tutte quelle altre presenze importanti e costanti che ci circondano. Il mio amico-cuscinetto, dicevo, ha questa capacità telepatica di farsi vivo sempre nei miei momenti peggiori: una sfiga e una costanza da pochi. In una vita parallela siamo fidanzati da quattro anni, andiamo per concerti insieme e litighiamo su quale cd mettere in auto quando scendiamo a prenderci una birra; in questa siamo due malinconici che ciclicamente si rincontrano, si annusano un po’ e poi si fermano a raccontarsi le proprie sfighe odierne. In questa vita il mio amico-cuscinetto non potrà mai essere qualcosa di più perché non gli piacciono i miei capelli corti, e io non sopporto il fatto che lui non capisca che io sono una da capelli corti, che non è solo un taglio, è il mio modo di dire al mondo quello che sono, nonostante tutto.

Comunque, dicevo, quando il mio amico-cuscinetto (che, ovviamente, ha un nome ma non lo riporterò mai alla ribalta) mi dice “tu sì troppa bella ma tien’ stì capill’ a’ uomn’” a me viene l’impulso di tagliarli ancora di più, per allungare le distanze ancora un altro po’.

Comprare un anello nuovo.

avere i soldi in tasca e capitare per caso accanto ad un mercatino artiginale, pensare che cinque anelli per dieci dita siano ancora troppo pochi e comprarne un altro. Bello davvero, con una pietra grande verde e viola, i colori della speranza e della sfiga, contemporaneamente. Perché è così che ti senti ogni volta che compri un anello nuovo dopo aver avuto una delusione d’ammore: sfigata ma speranzosa che il fosso scampato sia passato definitivamente. Ci vuole tempo, ok. Ma che passi in fretta, questo maledetto.

Contattare il mio unico ex con cui ho ancora un rapporto e andarci a prendere un caffè:

A. è tanto un bravo raagazzo, se non fosse che ci siamo lasciati prendendoci a schiaffi. Durante un concerto. Davanti a quelli che poi sono diventati i miei attuali amici.

Con una fine così, chi non vorrebbe mantenere un rapporto civile, fosse solo per mondare l’ultima immagine che il pubblico, ma soprattutto noi, abbiamo del nostro ultimo saluto?

Di tanto in tanto uno di noi si rifà vivo, di solito succede una volta all’anno, e riprendere un caffè con lui è sempre divertente; vedere quello che si è diventati l’uno senza l’altro, dare giudizi spassionati e consigli che sappiamo benissimo entrambi non verranno seguiti.

È il nostro modo di dirci quanto ancora ci si voglia bene. Magari un po’. Magari in memoria di una storia strana, piena di contrasti ma anche di crescita (ma anche no). Magari perché, non lo ammetterò mai, ma mi fa piacere, davvero.

Farmi venire la Sindrome della Volpe.

C’è questa volpe, nella favola di Esopo, che non si è applicata abbastanza per arrivare all’uva (oppure, giusto per darle il beneficio del dubbio, obiettivamente è davvero tanto difficile e rischioso arrivarci) che dice che l’uva è acerba, che a lei l’uva non piace nemmeno, che l’uva non sazia abbastanza. Eccomi qui.

Mi butto a fare una cosa, però i primi aspetti che noto sono i difetti, non i pregi. Disdegno, mi illudo che l’uva è davvero tanto lontana e acerba, mi accontento di quello che trovo in giro o, peggio ancora, digiuno, magari per altri quattro anni.

Questo è quello che mi è capitato in questo mese di agosto. Questo è quello che ho il sospetto non sia capitato solo a me, ma anche alla mia uva in questione.

So che è da psicopatici parlare di sè in terza persona, ma questo agosto ho visto due idioti avvicinarsi, pieni di paure, svuotarsele addosso ste’ paure, parole, carezze, per poi ributtarsi addosso altre paure ancora.

La volpe che disdegnava aveva lasciato il posto a quell’altra mitica volpe della letteratura per l’infanzia e non: quella del Piccolo Principe, quella che si lascia addomesticare, quella che sa che per riconoscere una rosa tra mille bisogna perdervici del tempo; quella che sa che per rendere uno svampito bimbo biondo che si è perso nel deserto un amico bisogna “creare dei legami”. Non dico che sia migliore o peggiore di quella di Esopo, semplicemente che sia diversa.

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appunto, quel bimbo biondo era un po’ più che svampito.

È stato bello che la volpe di Esopo abbia lasciato il posto all’altra; non succedeva da anni e a me brillavano gli occhi. Le persone che mi conoscevano mi vedevano meno acida del solito e qualuno ha pure osato chiedermi come mai. La risposta era bella, era una di quelle che fanno sorridere te e pure chi ne ascolta la risposta.

Poi non lo so cosa è successo, non lo saprei nemmeno dire. Fatto sta che un cuore che si apre, dopo anni, dopo le millemila pippe mentali del caso, non si richiude così in fretta. E a me, in fondo, come premio di consolazione rimane quello.

Il mio cuore aperto.

E non so se nel frattempo sono ritornata in modalità Esopo, se ho ricominciato a notare tutte le nefandezze dell’uva. Non mi interessa nemmeno.

In questi giorni di agosto ho avuto dei pensieri felici, mi sono comportata da adulta, ho capito che sono quasi pronta a superare ogni vissuto da amore post-adolescenziale e ad avere un punto di vista più adulto, che, meraviglia delle meraviglie, è arrivato naturalmente.

Forse la mia uva in questione non aveva un naso da drago, un paio di occhiali e un bello sterno su cui è appoggiata da sempre una collanina d’acciaio; forse la mia uva era solo e semplicemente la mia nuova visione del poter vivere un amore (o uno pseudoamore, comunque una cosa di quelle).

E allora ci sono riuscita. Sono comunque graffiata perché non è stato facile salire e dopo averla afferrata sono caduta dalla pianta. Ma ce l’ho. E la sto mangiando. E me la faccio andare bene, non perché in questa vita bisogna accontentarsi, ma perché c’è un limite oltre il quale ti fai solo male.

E anche una volpe stupida come me lo sa.

PS: Per tutto il resto, in questi giorni ci saranno i riti: i capelli, gli anelli, i caffè. Alle volpi piacciono tanto.

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“Scusi, posso sapere perché sono stato arrestato?”

Ora o mai più è il primo film che vidi sul G8 di Genova.
Quando i fatti accaddero avevo 13 anni, ero in vacanza in Calabria con i miei e, senza tv, le notizie circolavano solo attraverso i giornali. Ricordo che mio padre a riguardo era cupo, pensieroso, preoccupato, arrabbiato. Dopo la morte di Giuliani ancora di più.
Gli slogan non mi sono mai piaciuti, quindi nessun “Carlo vive” per me, nè tantomeno “sbirri merda”. Alla maggior parte degli “sbirri” che ho conosciuto non piace menare le mani, non piace nemmeno il loro mestiere, alcuni ci sono capitati senza capire bene perché. Penso sempre al paradosso che negli anni ’70 i ragazzi facevano di tutto per non fare il militare e ora, invece, pagano profumate mazzette per vincere un concorso. Con questa crisi del cazzo le forze dell’ordine sono gli ultimi brandelli del concetto di “lavoro fisso” della generazione dei nostri genitori.
Con questo non voglio giustificare chi alle manifestazioni mena e diventa una bestia, preso da chissà quale frenesia frustrata; assolutamente no. A qualche manifestazione, tra l’altro, ci sono andata anche io. Semplicemente non mi è mai piaciuto il confine netto tra loro e noi. Sarà perché mio nonno era uno sbirro di merda ma, soprattutto, era un poveraccio che  ha acceso un cero alla Madonna per essere entrato in polizia, perché altrimenti avrebbe sbarcato il lunario forse vendendo videocassette pirata, come suo fratello, che non ha avuto questa “fortuna”.
L’unica differenza tra mio nonno e i miei amici, ripeto, è il fatto che mio nonno non ha dovuto corrompere nessuno per entrare (se non la Madonna, che, appunto, dice di aver sognato e dice che è stata lei a dirgli di fare domanda).
Comunque, tornando al punto, io non incentrerei il mio discorso sulla commemorazione del giorno della morte di Carlo Giuliani e amen . La morte di Carlo che vive, comunque, al di là degli slogan (come Federico, come Stefano, come tante altre tristi vicende) nei miei ricordi, è solo la punta di un iceberg grande e pesante come quei giorni e giorni di brutalità estrema e cieca.
Questo non comprendo, questo non giustifico. Il fatto sia stato permesso tutto ciò, il fatto che sia scatenato qualcosa di disumano nella mente di chi ha dato gli ordini e ha agito. Qualcosa che, personalmente mi mette i brividi. Avrei potuto essere  una di quelle persone, lì, alla Diaz o a Bolzaneto. E a picchiarmi avrebbe potuto esserci mio nonno. Lui, e chi ha permesso tutto quello che è successo; lui e chi 15 anni dopo, ancora nega e rallenta le procedure processuali. Lui e chi, per dirne una, non si sta sbilanciando su quello che sta accadendo della vicina Turchia, perché intervenire militarmente poi, quando sarà troppo tardi, forse gli conviene di più.
(Intanto, succede che si oscuri la fanpage di ZeroCalcare per un post a riguardo: http://www.wired.it/play/fumetti/2016/07/19/perche-pagina-facebook-zerocalcare-stata-oscurata/ e a me viene in mente solo che sul G8 di Genova nelle scuole non viene spesa una parola… magari non dico che avremmo un poliziotto in meno, ma un poliziotto riottoso a ordini bestiali in più)

Quattro anni (e sentirli tutti)

20150827_131218-1Oggi festeggio.

Precisamente quattro anni fa, in questo giorno, cominciava la mia zitellanza.

Precisamente quattro anni fa, in questo giorno, cominciava la mia seconda vita, quella (sempre di più) verso chi voglio essere davvero.

Ho festeggiato non andando a lavoro, perché Clara è fuori per delle visite, passando il pomeriggio in otium, più o meno produttivo, attività in cui in passato ho primeggiato indiscutibilmente e che mi mancava tanto.

E i pensieri oziosi vagano. La me prima di quel 27 maggio 2012, ora, mi fa tenerezza e rabbia contemporaneamente tanto da farmi partire il giochino del se: se fossi stata meno così, più colà, ecc…

Ero il classico esempio di ragazza insicura e frustrata che si trova in una situazione poco attinente alla propria natura ma che vi ci rimane. Il mio ex fidanzato è un ragazzo fantastico, ma io e lui insieme no, eravamo Rosa e Olindo senza la passione per il crimine. Tanto che ci siamo lasciati nel peggiore dei modi con cui due che si son voluti bene davvero possano lasciarsi. Con le mani, così, fuori ad un concerto, davanti a tutti. Non voglio entrare nei dettagli, anche perché non ricordo tantissimo, pur essendo “lucida”. Ma paradossalmente, lasciarsi con questo punto di non ritorno, dopo tre anni di tira-e-molla, fu la svolta.

Dopo i classici capelli tagliati, incominciava la mia vita con me: amici nuovi, finalmente la mia patente acquista un senso, viaggi da sola.

Letti divisi con qualcuno che credevo mi ci ospitasse un po’ di più; letti divisi con qualcuno che voleva ospitarmici un po’ di più.

Tutto il male che credo mi abbiano fatto in realtà non esiste.
E tutto il male che qualcuno crede gli abbia fatto in realtà non esiste.
È solo natura umana. Ed essere fedeli alla propria è doloroso ma necessario, anche quando si fa del male a qualcuno a cui non vorresti far male. E credo sia sempre giusto, anche se quel qualcuno, in qualche caso, sono stata io.

Ho fatto cose che non pensavo avrei fatto, o credevo di non averne il coraggio.

Certamente stare da soli non sarà tutto stò Carnevale di Rio, ma ho spalle forti e persone di cui fidarmi (e, onestamente, non credevo nemmeno fosse possibile avere così tante persone che mi sopportano quotidianamente, senza pretendere nemmeno sesso in cambio!).

Quindi nient’altro da dichiarare: lasciatevi, fidanzatevi con qualcun altro, rimanete da sole; basta che siate voi stesse, sempre di più. Ve lo ricordate il monologo di Agrado in Tutto su mia madre, no?!?

Una più è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa.

Sarò didascalica, ma quella con la mia autenticità è e sarà la mia storia migliore, in assoluto.

L’ammore overo (il vero amore non è mai una spina nel fianco)

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Stanotte l’ho sognato, un’altra volta.

Non sopporto questa cosa, perché finalmente sono riuscita a mantenere quell’indifferenza zen durante il giorno ma… la notte, per me, è ingestibile.

É una roba che, poi, mi rovina la giornata seguente perché più che pensare a lui, penso al sogno…”che vorrà dire?“…vorrei che la me lucida e razionale (che poche volte alberga in me, ammettiamolo) rispondesse in fretta: “semplicemente che non devi mangiare mezzo pacchetto di patatine mezz’ora prima di andartene a dormire, se vuoi avere sogni sereni…” …

Già, perché i sogni con lui non sono sereni e nè lo sono stati, a mia memoria.

E allora mi guardo dentro e penso che “ammore“, lui, non lo è stato mai.

Mi piacciono le coppie attempate, quelle mature, quelle che si concedono gesti affettuosi, ancora, dopo trent’anni di vita, di sopportazione, insieme. Se sono così carini da vecchi, immaginiamoci da giovani.

E allora, poi, mi viene da pensare al perché molte persone a me care e me stessa, per prima, si accontentino di un amore di serie B, un amore spina nel fianco, un amore tanto croce poca delizia, un amore da visualizzato e non risponde?

Io non ce la posso fare. Ho fatto così tante cose stupide in nome dell’amore che credo di essermele bruciate tutte… basta.

Mi basto.

E se lui dovesse ritornare nei sogni… che ritorni. Io, però, nella vita reale non lo aspetto, da un pezzo.

Ps: non so di che sostanza sia “l’ammore overo”, ma so che avrebbe di sicuro questa colonna sonora:

 

 

Heidi e Clara sono in città

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La storia della provincialotta a cui sorridono i monti e della sua amica di città ritorna, e non solo al cinema

La mia Heidi 2.0 vive alla periferia della città; i monti le sorridono ancora, per la precisione il Monte Tifata, che ultimamente non se la passa molto bene ma, qualche secolo fa, era famoso per il suo santuario di Diana Tifatina, quello di Giove Capitolino e i suoi boschi, ricchi di cervi e cinghiali.

Questa Heidi post-moderna, dicevo, se vuole che le caprette le facciano Ciao sa a chi rivolgersi; tutta roba naturale, s’intende, sei pur sempre Heidi, e anche se la provincia di Caserta non è la Svizzera, la passione per le erbe non è passata.

Heidi ha barattato il cane Nebbia per un pinscher nano senza una zampa, trovato per caso vicino un cassonetto della spazzatura, in un maggio di tanti anni fa… la mamma di Heidi, che a sarcasmo non scherza (sarà una dote di famiglia) l’ha chiamato Pistorius, perché il piccolo cane con tre zampe corre come un fossennato. Un mese dopo, tutto il mondo scoprì che Pistorius, quello vero, fu accusato dell’omicidio della fidanzata. Tentare di cambiare nome ad un cane che, probabilmente, aveva già un nome, perché abbandonato, sembrava a tutti una cosa complicata, una di quelle robe da crisi di identità, quindi il nome è rimasto, assassinio o meno.

Heidi 2.0 ha persino un Peter, un amico scemo che ne sopporta e supporta le mirabolanti avventure ma che, grazie alla crisi (infinita) del Meridione, è emigrato al “Norde”. Le passeggiate per i pascoli sono diventate lunghe chiacchierate skype e spropositati messaggi vocali su whatsapp (Heidi è campionessa di lunghezza; anni e anni di duro allenamento al pollice opponibile hanno portato al record di 13 minuti per un solo audio… davanti a cotanta parlantina il concetto di infinità è da ridefinire… ), ma l’affetto è sicuramente lo stesso, da vicini come da lontani.

In questa vita da pastorella metropolitana compare Clara: capelli biondi, occhi verdi, pelle bianca e…una carrozzina. Heidi ha una zia che ne ha una simile e il giorno prima di incontrare Clara per la prima volta stava giocando con quella, correndo nel corridioio di casa di suo nonno, figo ancora di più dell’originale (sì, Heidi ha quasi 28 anni ma molto spesso se ne dimentica). Heidi non avrebbe mai immaginato che di lì a poco avrebbe conosciuto così bene i meccanismi di una sedia come quella, che diventa un’estensione della persona che ospita.

Ma la vita è strana… Così Heidi, il Primo Ottobre 2015 si ritrova a prenotare un volo per il Portogallo senza sapere come pagare le spese di quel viaggio e ,due minuti dopo, riceve una telefonata: Clara ha bisogno di una persona che le faccia compagnia e l’aiuti il pomeriggio, forse potrebbe interessare questo lavoro, non è molto difficile e poi “tu ci sai fare con i disabili“.

Ovvio, se sei cresciuta in una famiglia in cui ci sono almeno tre persone affette da disabilità hai una percezione diversa della vita. A volte Heidi si chiede come sia possibile, invece, che certe famiglie non ne abbiano nemmeno uno, di disabile in casa, per dire. Ma è un aspetto della propria vita con cui Heidi sta cercando di far pace: è la sua vita, suo fratello, le sue zie, la sua famiglia, è una roba viscerale a cui la rabbia deve arrendersi e deve dar spazio solo all’amore… e anche in questo c’è lo zampino di Clara.

Comunque, Heidi incontra Clara, le due si piacciono sin da subito e nasce una storia alla “Quasi amici“; le avevano dipinto Clara come una ragazza depressa ma Heidi non ci crede: un senso dell’umorismo così acuto e un sorriso così bello e così facile da sbocciare sono caratteristiche di chi è tutt’altro che depresso. É solo che quando tutti intorno a te ti danno sguardi tristi, compassionevoli, gravi, è difficile dimostrare quanto si ami la vita, anche da seduta. Soprattutto da seduta.

Certo, a volte non è così semplice; siamo pur sempre circondati da persone che continuano a vedere un disabile come un alieno; siamo pur sempre figli di un’insensibilità ed ignoranza dilagante, che ci fa essere così partecipi ad una causa solo se ci tocca direttamente.

Poi ci sono le difficoltà quotidiane; gli scazzi di Clara, quelli di Heidi, siamo esseri umani, insomma… c’è quel pensiero sottinteso di Clara “ok, starò anche su questa dannata sedia, ma non è che sono una marionetta, nè tantomeno sono un angioletto…” , le giornate no capitano a tutti…

Ma hanno visto Heidi commuoversi per un miglioramento quasi impercettibile di Clara (dite ai cartonisti giapponesi che è praticamente impossibile alzarsi da una sedia senza dosi giornaliere e massicce di fisioterapia, a meno che tu non ti chiami Lazzaro e abbia amicizie davvero in alto); hanno visto Clara ridere senza fermarsi e hanno visto un lavoro trasformarsi in una bella amicizia.

Non si sa precisamente quando questa strana coppia cesserà, almeno con questa “ingerenza” l’una nella vita dell’altra; la vita é strana, dicevamo, e Heidi sa che prima o poi dovrà scappare verso altri orizzonti.

É una questione di prospettive“, e cambiarle è quello che, in assoluto, fa stare più bene Heidi.

É grata per quello che sta realizzando qui, ma sa che, non sarà per sempre qui la sua casa.

Porterà Clara, che intanto migliorerà sempre di più, nel suo cuore…e forse anche con sè.

Ma questa è un’altra storia. Un’ altra storia del libro della mia, mirabolante, incasinata, bellissima vita.

 

 

 

In Amore vince chi fugge. Meglio se all’estero. Meglio ancora se in un altro continente.

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una citazione di un film di Antonioni ambientato in Sicilia come prima pagina de “La Distanza”, una graphic novel che la scorsa estate mi ha esaltato tantissimo perché pareva essere scritta sulla falsa riga delle mie mirabolanti avventure. Escluso lieto fine, ovviamente.

Quasi tutti gli appartenenti alla categoria uomini/mezziuomini/uominicchi con cui ho avuto (oppure avrei voluto!) avere a che fare, negli ultimi tempi, per qualche strano scherzo del destino, ora sono quasi tutti emotivamente e geograficamente lontano da me. Ce n’è uno che vive in altissima Italia, quasi verso il confine, uno si barcamena tra il Lazio e la Toscana, un paio sono dislocati nella bassa padana, uno è addirittura andato a fare il cervello in fuga nel bel mezzo del cammin di nostra Europa. Insomma, qui, a portata di mano e di malinconia, sono rimasti solo gli appartenenti alla categoria degli “ex felici“, quelli che nella tua testa non ricordi più neppure di esserci stata insieme e che, in fin dei conti, incontrarli per caso ti farebbe solo piacere. Gli altri, quelli di cui sopra, invece no. Gli altri li vorresti incontrare, con piacere, sotto le ruote della tua vecchia Panda, che dimostrerebbe di essere ancora l’auto bestiale di un tempo.

Non credo che i fuggitivi siano andati via perché volevano allontanarsi proprio da me, non ho avuto così tanta importanza nelle loro vite, ma ringrazio la crisi di avermeli tolti dal mio raggio di azione fisico e virtuale (perché ho perso spesso la dignità in messaggistica instantanea e non, ma l’ho fatto sempre sapendo che avrei potuto, in questo modo, fare talmente pena da suscitare un incontro dal vivo; se abiti ad almeno 200 chilometri da me, non mi conviene perdere un bel niente, mi limito nella mia finta indifferenza e tuttalpiù ogni tanto ti stalkero la bacheca, stando ben attenta a non cliccare mipiace).

A volte mi domando se sono così perché sono un’archeologa in erba o, molto più semplicisticamente, ho la “sindrome del rigattiere“: quella compulsività che ti fa accumulare biglietti-scontrini-buste-scatole per paura di dimenticare, per paura che un’altra esperienza così bella non la vivrò mai più, perché il tempo va, passano le ore e tu diventi grandi e ti fai forte e la vita è un brivido che vola via.

Balle. tutte balle.

In nome dell’unicità del tempo passato ho fatto tante cose stupide. Qualcuna si ripercuote ancora nel mio presente, me la trascino, come alibi a situazioni future “non lo vedete che sto soffrendo? non ce l’ho scritto in fronte che sono spaventata come un elefante che ha appena visto un topolino? lasciatemi stare, sono un’anima in pena sfortunata, non starò bene mai…” 

(Anche queste sono balle)

Una cosa stupida su tutte è stata quella di scemunire, st’estate, prendere un Megabus e un Flixbus (giusto per provarli entrambi in un viaggio solo) per farmi non so quanti chilometri riassumibili in qualcosa come 22 ore all’andata e 25 al ritorno (c’era più traffico) perché qualcuno un po’ di tempo prima mi aveva detto: “se esistesse la macchina del tempo io e te avremmo un’altra possibilità“…Io non sono una donna di scienza, non credo che farò mai un’invenzione in vita mia…ma mi so mettere in gioco; so dormire buona buona per tanti chilometri oppure so impiegare il tempo in viaggio per scrutare dal finestrino ogni minimo cambiamento; non ho paura di spostarmi da sola e credo di essere simpatica al dio dei viaggi, che forse mi vuole bene perché sa che viaggiare è una delle poche cose che davvero mi piace da morire.

Tornando a noi, io la macchina del tempo in quei giorni caldo-umidi di luglio gliel’avevo portata fin là, fino alla terra dei luppoli. In tutta risposta ho avuto, come canterebbe il caro De Andrè, solo qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza.

Ah, no…ecco: se mi ricordo bene, mi disse anche: “ma chi te l’ha fatta fare una traversata così… io non lo farei mai“.

Dopo sei mesi ho saputo che ha preso qualcosa come 4 voli diversi, attraversato almeno altrettanti fusorari per raggiungere un altro continente e passare il Natale con una giovane donzella conosciuta durante un corso di aggiornamento, ad agosto.

Cosa ci insegna questa storia?

Che mai dire mai è un cazzutissimo proverbio che ha un senso compiuto; che non bisogna sottovalutare le partecipazioni ai corsi di formazione aziendali e che, probabilmente, se le cose non sono semplici, non sono degne di nota.

Sembra una frase fatta ma…le cose che sono davvero fatte su misura per noi, in questa vita, sono quelle che vengono da sè.

Ah, e ora credo di poterlo dire davvero con la massima e piena cognitione di causa: la minestra riscaldata non è per niente più conveniente della fatica di prepararne una nuova, con nuovi ingredienti.

Per tutto il resto…A me viaggiare da sola piace da morire. Meglio se non c’è nessuno da raggiungere, stavolta.

Nessuno e niente, tranne una nuova mirabolante avventura.

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se vedete in giro una pazza con uno zaino del genere…fuggite, sciocchi!