Disamore e altri rimedi

disamore

Prima che la mia famiglia si trasferisse in questa casa, nella nostra casa, io sognavo di vivere proprio qui, soprattutto da bambina: era la casa dei miei nonni, la casa dei giorni più felici della mia infanzia, la casa perfetta per chi non vuole usare l’auto, scendi di casa e il tabaccaio, il panettiere, la pizzeria, sono a tre passi.

Poi, questa vecchia casa di inizio Novecento è diventata davvero nostra. E nonostante sia felice di questo grande traguardo della mia famiglia, dopo anni incerti, ci sono e penso che non ne sono più innamorata. Quando ero piccola era perfetta, ora no: non solo perché gli occhi del bambino amplificano tutto, ma perché dopo anni di discussioni familiari questa casa per me ha perso il suo valore. Doveva unire e invece ha diviso. E io non sopporto quasi il fatto di abitarci.

Succede così anche con le persone, con le passioni, con le buone abitudini, con i tatuaggi (ma allora perché continuo a farmene?!?) con gli oggetti/feticcio a cui ci aggrappiamo tenacemente per un pezzo di vita, per poi dimenticarcene gradualmente. Disinnamoramento lento.

Come una reazione speculare, se sono una tipa da innamoramento facile ma Amore lento (perché son sempre una di quelle ragazze romantiche che scinde l’innamoramento dall’Amore), altrettanto sono una tipa da disamore facile e disinnamoramento lento.

La parabola è discendente e spesso discendiamo senza freni, dritti, in picchiata, verso il suolo. Miracolosamente mi rialzo sempre in piedi, però.

Andando ad analizzare la situazione malsana e bacata più o meno i quattro stadi procedono così:

  • Prima fase: “Quando ero piccola mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani” (e non è cambiato niente). Innamoramento facile . Si salvi chi può.

Ovvero: hai l’emotività e la maturità sentimentale di una pre-adolescente, lo sai, ti riprometti che smetterai, che ormai sei vicina-vicina così ai 30 anni ma le tue botte di propositivià fanno sì che incontri uno, ti iscrivi ad un nuovo corso di tiptap, leggi un aforisma dalla dubbia provenienza su facebook, ascolti un bel pezzo e la tua vita riacquista un senso (e meno male). La vita è tutta un yeeeeeeeeah!/ abbiamo in comune il fatto che ci piaccia Filippo Timi, ti rendi conto? siamo perfetti insieme/ ma come ho fatto a sopravvivere fino ad oggi non conoscendo la mossa super segreta della taranta del sud est del Gargano?

Mi pare di sentirla, quella voce della pubblicità: “ti piace innamorarti facile?!? ponsciponscipopopò” … Eccomi, presente!

  • Seconda fase : “Ma se tu ci stai, ci sto… perché ti voglio bene un po’ . Amore lento. Gente che fugge quando gli consegni il cuore tra le mani ne abbiamo? A’ zeffun, a’ beverunn’, a migliara (scusate ma il tocco trash mi esalta).

ciuf ciuf

Ho la lancetta dell’Amore talmente tanto pesante che non si alza mai. Oppure ho un’idea distorta dell’Amore che non si rispecchierà mai nella pratica. Il risultato non cambia. Esaltarsi per poco ma metterci tre anni per fidarmi di te e aprire il mio cuoricino-ino-ino. Intanto tu ti sei scocciato di stare con un’insicura e mi hai mandato a cagare alla terza settimana di tentennamenti pure per decidere su quale prato andare a mangiare la pizzetta che abbiamo comprato per pranzo. La mia canzone sull’argomento è Quando sarò capace di amare di Gaber e quando la riascolto il cuore mi si scioglie. Quando sarò capace di amare sarà tutto naturale, come un fiume che fa il suo corso . Perché se lui è quello giusto, lo decide lui dove andare a mangiare quella benedetta pizzetta, senza ascoltare i miei tentennamenti da pseudosociopatica. Questo è.

  • Terza fase : Disamore facile . “Quando ormai sono venuto ti guardo e penso che posso vivere anche senza di te” . Sei più “crudele” di Hannibal the Cannibal e non lo sai.

Nonostante, quindi, l’esaltazione incipiente per quel nuovo personaggio che riempie le mie giornate, per quel nuovo corso di tiptap, per quel nuovo gruppo musicale, tutto passa. Ho la passione bloccata, non riesco a farla uscire fuori sulla lunga distanza, anche quando so che ne varrebbe la pena, anche quando so che qualcosa di più congeniale alla mia indole non potrei trovare. Pigrizia? Scarso senso della realtà? Fuga continua dalle responsabilità? Forse tutto ciò, o forse no. Forse è così che va. L’importante è cercare di non farsi trascinare dagli eventi e avere sempre il timone della zattera che ci sta portando a largo. Almeno un po’, dai. In fondo se ti sei messa sulla zatterà è perché rimanere in spiaggia era troppo noioso.

  • Quarta fase : Disinnamoramento lento . “It’s been a long time, long time now since I’ve seen you smile”. É passato solo un anno (magari fosse solo un anno) e lui, che mi ha lasciato, sta uscendo con un’altra, ti rendi conto?

Il mio odio/amore per le situazioni sentimentali nuove mi fa pensare che rifuggendomi con il pensiero in quelle che risalgono all’età del bronzo possa stare meglio. Sappiamo tutti (o almeno io, ormai, ne sono ben cosciente) che nella vita reale, quella che è fuori dalla mia testa, la cosa più stupida che si possa fare sia pensarci ancora. Per fortuna, sembra incredibile, ma davvero non sto più pensando a tutte quelle situazioni malsane che mi bloccavano i pensieri; tutte le storie vecchie e tutti i punti rimasti sospesi con chi non è diventato una storia ma da queste parti è passato comunque. Forse è merito del fatto che da quando lavoro con Clara mi si è un tantinello spostata l’asticella del dolore e quella della lagna libera. Se hai a che fare tutti i giorni con una ragazza che ha avuto un gravissimo incidente e vede, ma soprattutto tocca, il mondo attraverso gli altri qualcosa dentro ti cambia.

Il disamore diventa, così, giorno dopo giorno di nonpresenza mentale, il rimedio perfetto per la Libertà più pura, quella di pensiero.

E voglio concludere ricordando Lorenzo Amurri, scomparso qualche giorno fa:

“Libertà di pensiero è Libertà di movimento”

Heidi e Clara sono in città

HEIDI
La storia della provincialotta a cui sorridono i monti e della sua amica di città ritorna, e non solo al cinema

La mia Heidi 2.0 vive alla periferia della città; i monti le sorridono ancora, per la precisione il Monte Tifata, che ultimamente non se la passa molto bene ma, qualche secolo fa, era famoso per il suo santuario di Diana Tifatina, quello di Giove Capitolino e i suoi boschi, ricchi di cervi e cinghiali.

Questa Heidi post-moderna, dicevo, se vuole che le caprette le facciano Ciao sa a chi rivolgersi; tutta roba naturale, s’intende, sei pur sempre Heidi, e anche se la provincia di Caserta non è la Svizzera, la passione per le erbe non è passata.

Heidi ha barattato il cane Nebbia per un pinscher nano senza una zampa, trovato per caso vicino un cassonetto della spazzatura, in un maggio di tanti anni fa… la mamma di Heidi, che a sarcasmo non scherza (sarà una dote di famiglia) l’ha chiamato Pistorius, perché il piccolo cane con tre zampe corre come un fossennato. Un mese dopo, tutto il mondo scoprì che Pistorius, quello vero, fu accusato dell’omicidio della fidanzata. Tentare di cambiare nome ad un cane che, probabilmente, aveva già un nome, perché abbandonato, sembrava a tutti una cosa complicata, una di quelle robe da crisi di identità, quindi il nome è rimasto, assassinio o meno.

Heidi 2.0 ha persino un Peter, un amico scemo che ne sopporta e supporta le mirabolanti avventure ma che, grazie alla crisi (infinita) del Meridione, è emigrato al “Norde”. Le passeggiate per i pascoli sono diventate lunghe chiacchierate skype e spropositati messaggi vocali su whatsapp (Heidi è campionessa di lunghezza; anni e anni di duro allenamento al pollice opponibile hanno portato al record di 13 minuti per un solo audio… davanti a cotanta parlantina il concetto di infinità è da ridefinire… ), ma l’affetto è sicuramente lo stesso, da vicini come da lontani.

In questa vita da pastorella metropolitana compare Clara: capelli biondi, occhi verdi, pelle bianca e…una carrozzina. Heidi ha una zia che ne ha una simile e il giorno prima di incontrare Clara per la prima volta stava giocando con quella, correndo nel corridioio di casa di suo nonno, figo ancora di più dell’originale (sì, Heidi ha quasi 28 anni ma molto spesso se ne dimentica). Heidi non avrebbe mai immaginato che di lì a poco avrebbe conosciuto così bene i meccanismi di una sedia come quella, che diventa un’estensione della persona che ospita.

Ma la vita è strana… Così Heidi, il Primo Ottobre 2015 si ritrova a prenotare un volo per il Portogallo senza sapere come pagare le spese di quel viaggio e ,due minuti dopo, riceve una telefonata: Clara ha bisogno di una persona che le faccia compagnia e l’aiuti il pomeriggio, forse potrebbe interessare questo lavoro, non è molto difficile e poi “tu ci sai fare con i disabili“.

Ovvio, se sei cresciuta in una famiglia in cui ci sono almeno tre persone affette da disabilità hai una percezione diversa della vita. A volte Heidi si chiede come sia possibile, invece, che certe famiglie non ne abbiano nemmeno uno, di disabile in casa, per dire. Ma è un aspetto della propria vita con cui Heidi sta cercando di far pace: è la sua vita, suo fratello, le sue zie, la sua famiglia, è una roba viscerale a cui la rabbia deve arrendersi e deve dar spazio solo all’amore… e anche in questo c’è lo zampino di Clara.

Comunque, Heidi incontra Clara, le due si piacciono sin da subito e nasce una storia alla “Quasi amici“; le avevano dipinto Clara come una ragazza depressa ma Heidi non ci crede: un senso dell’umorismo così acuto e un sorriso così bello e così facile da sbocciare sono caratteristiche di chi è tutt’altro che depresso. É solo che quando tutti intorno a te ti danno sguardi tristi, compassionevoli, gravi, è difficile dimostrare quanto si ami la vita, anche da seduta. Soprattutto da seduta.

Certo, a volte non è così semplice; siamo pur sempre circondati da persone che continuano a vedere un disabile come un alieno; siamo pur sempre figli di un’insensibilità ed ignoranza dilagante, che ci fa essere così partecipi ad una causa solo se ci tocca direttamente.

Poi ci sono le difficoltà quotidiane; gli scazzi di Clara, quelli di Heidi, siamo esseri umani, insomma… c’è quel pensiero sottinteso di Clara “ok, starò anche su questa dannata sedia, ma non è che sono una marionetta, nè tantomeno sono un angioletto…” , le giornate no capitano a tutti…

Ma hanno visto Heidi commuoversi per un miglioramento quasi impercettibile di Clara (dite ai cartonisti giapponesi che è praticamente impossibile alzarsi da una sedia senza dosi giornaliere e massicce di fisioterapia, a meno che tu non ti chiami Lazzaro e abbia amicizie davvero in alto); hanno visto Clara ridere senza fermarsi e hanno visto un lavoro trasformarsi in una bella amicizia.

Non si sa precisamente quando questa strana coppia cesserà, almeno con questa “ingerenza” l’una nella vita dell’altra; la vita é strana, dicevamo, e Heidi sa che prima o poi dovrà scappare verso altri orizzonti.

É una questione di prospettive“, e cambiarle è quello che, in assoluto, fa stare più bene Heidi.

É grata per quello che sta realizzando qui, ma sa che, non sarà per sempre qui la sua casa.

Porterà Clara, che intanto migliorerà sempre di più, nel suo cuore…e forse anche con sè.

Ma questa è un’altra storia. Un’ altra storia del libro della mia, mirabolante, incasinata, bellissima vita.

 

 

 

In Amore vince chi fugge. Meglio se all’estero. Meglio ancora se in un altro continente.

la distanza
una citazione di un film di Antonioni ambientato in Sicilia come prima pagina de “La Distanza”, una graphic novel che la scorsa estate mi ha esaltato tantissimo perché pareva essere scritta sulla falsa riga delle mie mirabolanti avventure. Escluso lieto fine, ovviamente.

Quasi tutti gli appartenenti alla categoria uomini/mezziuomini/uominicchi con cui ho avuto (oppure avrei voluto!) avere a che fare, negli ultimi tempi, per qualche strano scherzo del destino, ora sono quasi tutti emotivamente e geograficamente lontano da me. Ce n’è uno che vive in altissima Italia, quasi verso il confine, uno si barcamena tra il Lazio e la Toscana, un paio sono dislocati nella bassa padana, uno è addirittura andato a fare il cervello in fuga nel bel mezzo del cammin di nostra Europa. Insomma, qui, a portata di mano e di malinconia, sono rimasti solo gli appartenenti alla categoria degli “ex felici“, quelli che nella tua testa non ricordi più neppure di esserci stata insieme e che, in fin dei conti, incontrarli per caso ti farebbe solo piacere. Gli altri, quelli di cui sopra, invece no. Gli altri li vorresti incontrare, con piacere, sotto le ruote della tua vecchia Panda, che dimostrerebbe di essere ancora l’auto bestiale di un tempo.

Non credo che i fuggitivi siano andati via perché volevano allontanarsi proprio da me, non ho avuto così tanta importanza nelle loro vite, ma ringrazio la crisi di avermeli tolti dal mio raggio di azione fisico e virtuale (perché ho perso spesso la dignità in messaggistica instantanea e non, ma l’ho fatto sempre sapendo che avrei potuto, in questo modo, fare talmente pena da suscitare un incontro dal vivo; se abiti ad almeno 200 chilometri da me, non mi conviene perdere un bel niente, mi limito nella mia finta indifferenza e tuttalpiù ogni tanto ti stalkero la bacheca, stando ben attenta a non cliccare mipiace).

A volte mi domando se sono così perché sono un’archeologa in erba o, molto più semplicisticamente, ho la “sindrome del rigattiere“: quella compulsività che ti fa accumulare biglietti-scontrini-buste-scatole per paura di dimenticare, per paura che un’altra esperienza così bella non la vivrò mai più, perché il tempo va, passano le ore e tu diventi grandi e ti fai forte e la vita è un brivido che vola via.

Balle. tutte balle.

In nome dell’unicità del tempo passato ho fatto tante cose stupide. Qualcuna si ripercuote ancora nel mio presente, me la trascino, come alibi a situazioni future “non lo vedete che sto soffrendo? non ce l’ho scritto in fronte che sono spaventata come un elefante che ha appena visto un topolino? lasciatemi stare, sono un’anima in pena sfortunata, non starò bene mai…” 

(Anche queste sono balle)

Una cosa stupida su tutte è stata quella di scemunire, st’estate, prendere un Megabus e un Flixbus (giusto per provarli entrambi in un viaggio solo) per farmi non so quanti chilometri riassumibili in qualcosa come 22 ore all’andata e 25 al ritorno (c’era più traffico) perché qualcuno un po’ di tempo prima mi aveva detto: “se esistesse la macchina del tempo io e te avremmo un’altra possibilità“…Io non sono una donna di scienza, non credo che farò mai un’invenzione in vita mia…ma mi so mettere in gioco; so dormire buona buona per tanti chilometri oppure so impiegare il tempo in viaggio per scrutare dal finestrino ogni minimo cambiamento; non ho paura di spostarmi da sola e credo di essere simpatica al dio dei viaggi, che forse mi vuole bene perché sa che viaggiare è una delle poche cose che davvero mi piace da morire.

Tornando a noi, io la macchina del tempo in quei giorni caldo-umidi di luglio gliel’avevo portata fin là, fino alla terra dei luppoli. In tutta risposta ho avuto, come canterebbe il caro De Andrè, solo qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza.

Ah, no…ecco: se mi ricordo bene, mi disse anche: “ma chi te l’ha fatta fare una traversata così… io non lo farei mai“.

Dopo sei mesi ho saputo che ha preso qualcosa come 4 voli diversi, attraversato almeno altrettanti fusorari per raggiungere un altro continente e passare il Natale con una giovane donzella conosciuta durante un corso di aggiornamento, ad agosto.

Cosa ci insegna questa storia?

Che mai dire mai è un cazzutissimo proverbio che ha un senso compiuto; che non bisogna sottovalutare le partecipazioni ai corsi di formazione aziendali e che, probabilmente, se le cose non sono semplici, non sono degne di nota.

Sembra una frase fatta ma…le cose che sono davvero fatte su misura per noi, in questa vita, sono quelle che vengono da sè.

Ah, e ora credo di poterlo dire davvero con la massima e piena cognitione di causa: la minestra riscaldata non è per niente più conveniente della fatica di prepararne una nuova, con nuovi ingredienti.

Per tutto il resto…A me viaggiare da sola piace da morire. Meglio se non c’è nessuno da raggiungere, stavolta.

Nessuno e niente, tranne una nuova mirabolante avventura.

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se vedete in giro una pazza con uno zaino del genere…fuggite, sciocchi!

 

 

 

 

Di linee d’ombra e muretti da scavalcare

Ho passato la mia adolescenza e post-adolescenza con amiche fisicamente simili a me: alte e ben piazzate. Piccoli dolori da niente come avere un reggiseno troppo scomodo per la nostre quinte o il mal di schiena per “la gobba da fardello” erano dolori comuni. Mi sentivo a mio agio con loro, non ero nemmeno quella con le tette più grandi.

Succede che il tempo passa, chi è simile fisicamente a volte non lo è per attitudini e modi di vedere la vita; si cresce, qualcuno è più inquieto (io), altri più tranquilli (loro), le strade si dividono. Ti ritrovi con altri amici, inquieti come te, o almeno in un modo molto più simile a quel tuo arrampicarti affannosamente alla finestra dell’età adulta.

Per me l’età adulta è come una casa in cui bisogna entrare, per forza di cose, a meno che non voglia barboneggiare in strada. Dormire in strada è anche figo se lo fai per un paio di notti ma con questo freddo non è proprio una passeggiata di salute (tralasciando il fatto che non sarebbe neppure il massimo della sicurezza).

Per quel che mi riguarda, io non sono ancora riuscita a trovare le chiavi del portoncino principale: probabilmente devo solo andare dal ferramenta a farmi un doppione, ma sono pigra e, preferisco darmi all’arrampicata: la finestra è leggermente aperta e il muretto non mi sembra così alto. Ebbene, giusto per la cronaca, ora mi trovo nell’imbarazzante posizione intermedia in cui non si può più “nè scendere, nè salire”, preda di una crisi isterica (e non c’è nemmeno una rientranza a forma di vertebra di molfetta).

roccia friabile Comunque sia, in questa compagnia di scemi illusi arrampicatori dai piedi penzolanti ci sto bene; chi è già riuscito a scavalcare il muretto è lissù e ci tende la mano, chi è ancora giù sente le nostra urla di sprono. Si sale insieme, ognuno col suo passo ma insieme.

Spesso ci ritroviamo a fare discorsi da linea d’ombra pieni di frustrazione, rassegnazione e inadeguatezza che vista da fuori mi sembra proprio una roba poetica, vista da dentro a volte, per fortuna non spesso, mi sembra dramma puro. Siamo tutti dei  sognatori, ma in questa provincia, in questa regione, in questa nazione, qui, insomma, non si campa di arte, di musica, di letteratura, di cultura in generale.

Io, per esempio, starei finendo la mia strabenedettissima triennale lavorando per pagare il mio ennesimo anno da fuori corso e le mie lezioni di inglese per ottenere una certificazione da infilare nel curriculum e migliorare la lingua. Il lavoro che faccio è abbastanza stimolante, ma non è quello della vita, per tante ragioni.

Non so cosa voglia fare da grande. So cosa non voglio essere, ma non è abbastanza.

Cerco, semplicemente, di essere ottimista, di lasciare i canali aperti, come direbbe la mia maestra di balli popolari. Non so dove sarò al riparo dal prossimo monsone ma spero di essere, nuovamente, in viaggio.

Strano è che dei miei 15 anni passati in chiesa mi ricordi precisamente solo un brano del Vangelo di Matteo, quello sulle preoccupazioni. Che creda o non creda ora, quando ripenso a queste parole il cuore mi si scioglie e mi sento immediatamente più tranquilla:

25 Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 27 E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? 28 E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano;29 eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. 30 Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? 31 Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” 32 Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. 34 Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno. (Matteo 6, 25-34)

Al di là delle varie interpretazioni teologiche io questo pezzo l’ho sempre visto come un: “se ti comporti secondo la tua natura avrai un buon karma e supererai ogni difficoltà” e lo tengo lì, come una coperta di Linus, a scaldarmi quando il muretto da scalare mi sembra troppo alto. Potrei anche scendere e cercare il ferramenta aperto per entrare dalla porta principale ma, forse, quello non è il mio modo.

Prima cercavo il testo della canzone di Jovanotti ispirata al libro di Conrad e ho trovato questo video con degli interventi di Tiziano Terzani, di cui sto leggendo “Un indovino mi disse”, fatevi un regalo e premete play, secondo me non saranno sei minuti sprecati:

 

 

Finché il metallo non ci separi

Caserta, ore 14.20,

non so cosa ci faccio qui, mezza assonnata in mezzo a questa piazza tutta assolata. I dieci metri che mi separano dal tabaccaio mi sembrano un’enormità; di solito a quest’ora me ne guardo bene dallo stare in giro, ma oggi sono appena uscita dalla piscina per la mia nuotata settimanale, quella che mi fa stare in pace con le pizze serali e birre che tracanno come non ci fosse un domani in queste sere d’estate…Non dimagrirò mai, ma forse ora non voglio neppure farlo, in effetti non è che sia tutta stà cicciobomba, eh, non fatevi un’immagine sbagliata della sottoscritta, ho imparato a sentirmi abbastanza pheega nonostante pare che trovare un costume che mi piaccia e mi stia bene sia diventata la mission impossible di questo luglio duemila quindici.

Comunque il punto non è questo, non ora; mentre, nella canicola delle ore più calde mi ritrovo, da buona salutista, a camminare per la piazza principale di questo buco di città in cerca dell’unico tabaccaio aperto, i miei occhi si fermano su loro:una coppia di giovani metallari; lui massimo 18 anni, lei 16-17, insieme escono da uno di questi orribili negozietti stile british che per due euro ti riempiono un cartone di patatine fritte (una roba ammissibile, appunto, in luoghi che ignorano la bontà di una pizza a portafoglio, ma questo è un altro discorso che non mi va nemmeno di fare). Sono completamente vestiti di nero, lei ha il classico trucco da panda attorno agli occhi e lui è pieno di borchie, sembra abbiano quasi la stessa maglietta, quelle della fruit of the loom che vendono su Negative a 15 euro; si somigliano terribilmente.

Parlano fitto fitto sorridendosi, il resto del mondo non esiste.

coppia metallara

Li ho seguiti con lo sguardo finché mi è stato possibile, erano fantastici. Due sfigati che hanno avuto la fortuna di riconoscersi e trovarsi. Loro due bastano a loro stessi e non esistono genitori, amici, fratelli, capaci di entrare in questo mondo esclusivo. Avrei voluto fermarli e fare un po’ di strada con loro, mentre andavano alla ricerca della panchina perfetta dove mangiare quelle porzioni esorbitanti di patatine; avrei voluto chiedergli da quanto tempo stessero insieme, chi ha avuto il coraggio di fare la prima mossa (sono sicura che sia stata lei), a che concerti sono stati insieme o a quale sognano di andare mano nella mano, con quali amici escono e se i loro amici capiscono davvero tutta questa passione per la loro musica così apparentemente dura ma così sincera, viva, appassionante. Il metal è quel tipo di musica che ti scuote l’anima, ti fa sentire meno solo nella tua rabbia, soprattutto a 16 anni, quando di rabbia ne hai da vendere e te ne avanza sempre troppa.

Avrei potuto chiedere tutte queste cose a quei due miei nuovi amici di cui non conosco nemmeno il nome, ma probabilmente conosco già tutte le risposte.

Non sono mai stata una tipa metallara dura e pura ma quel mondo non mi è estraneo, dai miei 16 anni.

(è tutta colpa del mio migliore amico -metallaro fino al midollo, che ve lo dico a fà- che ora è ad Imola per gli AC/DC; domani tornerò in modalità odio tutti e urlerò a tutte le coppiette, metallare e non, “tanto vi lascerete presto, è inutile che fate”)

Saturno a favore (e non accorgersene!)

SCENA PRIMA:

Interno (ancora per poco) giorno: Lei, un Antonello Venditti con i sassofoni al massimo della forma, un terribile mal di schiena e una tanica formato mignon di acqua di Lourdes regalatale dalla nonna, su cui mi sembra sia scritto “in caso di disperazione, aprimi e fammici uno shampoo”.

acqua di Maria
usare in caso di emergenza

Con queste rosee premesse mi accingo a scrivere, qui, con un pc nuovo comprato durante un insolito sabato al centro commerciale con due miei amici carissimi…Sicuramente capiterà anche a voi di vivere quei nanosecondi di pace interiore e di serenità…ecco: sabato pomeriggio, seduti su un muretto a fumare con un sole brillante come solo le giornate ventose ti sanno dare, con il Vesuvio che sembra davvero a due passi, anche se con  una stupida musichetta commerciale che sembrava fatta appositamente per stimolare lo shopping ossessivo compulsivo, stavo proprio bene.E non credevo che potesse succedere, in un centro commerciale. Il potere dell’amicizia stretta da legami molto solidi. O del consumismo, of course.

Momento perfetto a parte, è stato un maggio pieno zeppo di mirabolanti avventure; un principio di giovane estate che ricorderò felicemente…in ordine sparso porterò di questi giorni:

  • la faccia di un bambino sorpreso ed incuriosito davanti ad un disegno di Milo Manara al Comicon (e giuro che avrei proprio voluto dirglielo: “amico, guarda che se tra dieci anni non ti accontenti di una normodotata perché hai in testa di conquistare una stangona con delle gambe del genere…beh, preparati alla carestia, perché Dio solo lo sa se esista davvero un’esemplare femmina del genere e se lo sa ed esiste davvero lo prego affinché non me ne faccia mai incrociare uno sul mio cammino per il bene della mia autostima “);
  • una lunga conversazione con una tipa figa della stessa età di mia madre (questo particolare è da leggersi in chiave positiva, eh) allo stand della Coconino press (Galeotto fu il Comicon e chi l’ha inventato) che mi ha consigliato e scontato due graphic novels che ho amato dalla prima lettura, una di queste, “Cinquemila chilometri al secondo” di Manuele Fior l’ho proprio divorata la notte stessa; la storia di un amore adolescente che si rincontra in età adulta, che su di me, stupida femminuccia romantica, è stato l’unico incentivo all’acquisto (dopo aver chiesto alla tipa: “ma secondo lei queste cose nella realtà accadono realmente?” e aver avuto come risposta “guarda, io a 50 anni sono stata lasciata da mio marito e dopo aver rincontrato il mio amore dei 18 anni viviamo felicemente insieme” , l’ho comprato immediatamente )
il fatto non è che ci speri ancora di recuperare qualcosa dalla naftalina, ma è che con la mente si rincorrono sempre i momenti felici del passato.
il fatto non è che ci speri ancora di recuperare qualcosa dalla naftalina, ma è che con la mente si rincorrono sempre i momenti felici del passato.
  • le (false) partenze e quelle reali: quando il tuo migliore amico prende il volo per andare a lavorare fuori vien sempre la “contristezza”: per non essere ancora pronta al volo anche io, perché stupidamente o no mi sono incaponita a raggiungere questa laurea che mi sembra ancora così tanto lontana e inutile; perché sai che tante cose non saranno proprio le stesse, nonostante tutti gli skype e messaggistiche super-istantanee : fermarsi a bussare sotto casa per una sigaretta al ritorno dala spesa, girare a cazzo di cane e fermarsi a bere una birra nel posto dove la nostra vecchia comitiva, sbrandellata man mano nel peggiore dei modi, come succede spesso ma non dovrebbe succedere mai, si riuniva le prime volte, per la gioia dei vicini che chiamavano la polizia nei momenti migliori; pogare ai concerti. Insomma, non è che sia morto qualcuno, se non la mia parte fancazzista. Che era sicuramente quella più in forma (figuratevi le altre).

Ma non è l’unico amico che va via: c’è chi la borsa Erasmus per delle stupide pippe mentali se la lascia andare via e c’è chi la coglie al volo partendo davvero.

Partirò anche io, comunque, non è che sto qui seduta a fare la lagna infinita piangendomi addosso più delle dosi giornaliere consigliate; anche se per mete più vicine e in tempi più contratti…ma questa storia ve la racconto un’altra volta, che ormai si è fatto buio.

Questo maggio fatto di calura, di ricordi, di piani di conquista per un nuovo mondo, di virus vomitosi-cagherellosi e di un po’ di solitudine, auto-indotta e no, volge al termine. A me sembra sia passato un anno, e invece manca una settimana ancora…e Paoletto Foxe dice che il Toro ha i pianeti a favore (figuriamoci se non li avessi avuti a favore!) , quindi sto in una botte di ferro, chissà come lo finiamo stò mesaccio ma lo finiamo bene comunque.

Intanto io sto sul pezzo, non so voi.

toro-2012

Smetto quando voglio

Il problema è che i miei gusti sul vestiario sono passati dalle t-shirts colorate  (palesemente troppo strette) con Snoopy e l’allegra combriccola dei Peanuts, alle (palesemente troppo poche) camicie pseudohipstersonoappenauscitadallaboscagliaoppuremivestopropriocomemianonnamasonopiùlibertinadilei senza che io me ne accorgessi davvero.

io sotto al letto ci guardo, oh...non sempre, ma ci guardo.
io sotto al letto ci guardo, oh…non sempre, ma ci guardo, crediamoci.

Tutto ciò è l’emblema di come, abbastanza facilmente, sia capace di infilarmi in nuove mirabolanti avventure con una presa di coscienza pari al nulla. È successo questo per tutte le faccende più faticose ma soddisfacenti dei miei ultimi otto anni, è successo questo anche, inaspettatamente, per questo febbraio.

Tempi bui per i “bipolari sociali” come la sottoscritta; quelli che sono “l’anima della festa/pantofolai“; quelli che, malgrado tutto (e prima di tutto) loro stessi, si ritrovano a mediare tra più teste o, semplicemente, a raccogliere soldi per il regalo del festeggiato di turno proprio quando si cercava di non dare nell’occhio e di mettere semplicemente la propria quota (spesso e volentieri non solo o si anticipa tutto o si perdono pomeriggi a fare conti ma ci si lascia sfuggire la mano con una variegata coreografia di bigliettini, cartonati, sorprese varie con, mi-ni-mo, una caccia al tesoro…).

Come sempre, mentre ero placidamente dedita alle mie attività predilette, quali lo scaccolamento mentale e l’osservazione dei propri pensieri vaganti, comodamente a cavalcioni su un ipotetico ciglio del fossato, è arrivata una richiesta dallo spazio che non avrei immaginato.

Un lavoro assistenziale in cui, ho scoperto, riesco piuttosto bene. Solo dopo ci ho ricamato sopra a stà faccenda manco fossi la capo-vecchia del circolo del ricamo di Cantù (del cui celeberrimo ricamo conosco solo il nome dato che mia madre ha, da sempre, lasciato ogni speranza riguardo il prepararmi un cascione del corredo e non le ho mai chiesto se perché non abbia fiducia nelle mie doti seduttive nell’ambito dell’operazione acchiappailpolloesistemati o se, realmente, siamo una famiglia moderna che è ben oltre queste usanze antiche-arcaiche-retrograde-maschiliste). Il risultato di cotanto ricamo mentale, ‘nsomma, è che più cerchiamo di fuggire dai nostri scheletri nell’armadio più quelli ci rincorrono: nei sogni come nella vita reale, rendendoci il presente ancora più difficile da affrontare di quello che, realmente, è.

Io ho cercato per anni di andarmene in giro fischiettando e facendo finta che i fatti non mi riguardassero…eppure delle realtà poco comode mi hanno raggiunto. Ho deciso di affrontarle con una risata e con tutta l’autoironia che ho cacciato fuori in questi ultimi tre anni e con la quale ho commutato la pesantezza del presente in risate…a volte stupide, a volte forzate ma frutto di un’esistenza ben lontana alla commiserazione.

Ho sempre pensato che chi si autocommiseri sia un pallemosce, perdonate il francesismo, e autorizzo le persone che più mi sono vicine a trincerarmi metaforicamente i testicoli che, ahimè o per fortuna, fisicamente non posseggo qualora dovessi incominciare a lagnarmi in giro.

Ci provo così, vado avanti…mal che vada, mal che debba alleggerire il carico tra lavoro, studio e la mia amata-odiata associazione a delinquere (una a caso: http://club33giri.it/ ) smetto quando voglio. Senza lamentarmi, of course.

E se poi te ne penti?!?

Delle feste natalizie appena trascorse rimane solo la mia scorta personale di dolciumi…quelli avanzati dai miei barattoli-portafoto regalati alla mia ciurma, gli amici che affollano le mie giornate (pure troppo oserei dire)…

la risoluzione è quella che è, ma più o meno il senso è un barattolo pieno di dolciumi con una foto a mò di message in the bottle
la risoluzione è quella che è, ma più o meno il senso è un barattolo pieno di dolciumi con una foto a mò di message in the bottle

…sicché ora son qui, con una quantità abnorme di zuccheri nel sangue (magari rimanessero solo nel sangue!), una sigaretta in mano, una sempreverde yes I know my way nelle orecchie e invece di studiare (credo di avervi già lungamente parlato del mio rapporto passionale con il demone dell’inadempienza) cerco di srotolare dalla matassa infinita dei miei pensieri quelli più ridicoli…perché l’autoironia è l’unica via, ne sono sicura.

Le feste, come dicevo, non mi hanno lasciato molto se non fosse stato per la fine dell’anno, che (esclusa l’angoscia del dove passare il tristissimo veglione di capodanno) mi piace davvero tanto…è in questi casi in cui mi accorgo che il mio pessimismo cosmico non ha raggiunto picchi altissimi e che fare cose a cazzo con l’unica giustificazione che l’anno stia per finire e per incominciare il prossimo devi scrollarti pesi da dosso è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Così è stato…ho trovato non uno ma due modi per complicarmi ulteriormente l’esistenza e chiuderla definitivamente con i miei sporadici contatti romantici con il sesso opposto, come se non ci fosse un domani, come se avessi la fila di fans fuori dalla porta (e non riesco a trovare una spiegazione logica al fatto che, in effetti, non sia proprio così).

Ho approfittato dell’unica nevicata negli ultimi tre anni per tentare di combinare con il mio charme imbattibile una serata decente con qualcuno che, dopo anni, mi destava non solo l’ormone ma anche lo spirito (a mio avviso, ora come ora, sopravvalutato…almeno ascoltassi solo l’ormone, me ne vedrei bene, invece no…voglio fare la tipa profonda dei miei stivali!).

“Voglio dare retta ai sentimenti e tentare di uscire con quel ragazzo che mi piace davvero tanto…” “…E se poi te ne penti?!?” …e me ne pento sempre, oh!

…e diciamo che il tipo non si è follemente innamorato di me, non mi ha chiesto di seguirlo in Papuasia e non mi ha detto di voler avere dai tre ai nove figli con me…

…e dire che avevo così tanto investito in questo incontro da mandare a farsi benedire l’ultima situazione pendente che avevo in ballo: una situazione talmente tanto vecchia che nella mia testa (o forse non solo) quando uscivo con lui non sentivo nessun profumo di lavanda o violetta ma solo puzza di naftalina: una puzza di chiuso e di noia che mi tornava sotto il naso mentre si parlava…l’avrei lasciata andar via lo stesso, stà situazione, perché credo di non essere ancora arrivata al punto patetico in cui pur di uscire con un ragazzo devo sorbirmi pure le allucinazioni olfattive.

E questo è il nocciolo: essere fedeli a se stessi è una gran rottura di palle: è spesso imbarazzante, molto sconveniente, forse stupido (mi ricordo quella volta che, nel bel mezzo del tipico filosofeggiare da post coito, un ragazzo mi chiese: “ma tu perché sei così tremendamente sincera?” …lì si aprì la mia personale rubrica “le domande irrisolte”) ma è quello che so fare meglio in qualsiasi relazione affettiva-amicale-cane/uomo-fraterna sia immischiata…se mi togli la mia stupida arte della diarrea verbale (so che fa troppo Bridget Jones, ma ognuno si identifichi in chi vuole a stò mondo!) mi hai tolto tutto…

E mentre ci riempiamo tutti la bocca con paroloni come difesa della libertà d’ espressione in questi tempi parecchio bui, io rivendico il mio diritto a complicarmi/semplificarmi la vita appellandomi al mio primo personale emendamento: fare, ma soprattutto dire, le cose che davvero voglio…

…Va a finire che me ne penta…ma se non lo facessi…poi ai miei posteri cosa racconterei?!?

Non c’è mai inizio al meglio

forse non proprio del culo, ma delle tette sicuro.
forse non proprio del culo, ma delle tette sicuro.

Che cosa c’è? C’è che mi sono stancata di me.

Di tutti i mesi novembre è nella top three, prima di lui c’è solo aprile e dopo marzo (e, insomma, due mesi primaverili e uno autunnale nella top three dei mesi preferiti vi fanno capire tanta roba, tipo che per me si potrebbe vivere solo nelle (e di) mezze stagioni e ogni volta che perentoriamente e odiosamente si ripete che non ci sono più le mezze stagioni mi disoriento e angoscio che la morte della mamma di Bambi è una passeggiata, in confronto).

Ci sono state tante cose, notizie, situazioni nuove. Nuove sempre fino ad un certo punto, la novità è la cosa più vecchia che ci sia diceva Benigni e come dargli torto. La più blanda è che, dopo tre anni di inattività, ho ripreso la piscina, l’unico sport che abbia mai fatto e che, di conseguenza, tolleri. Ogni volta che ci vado sento la schiena un po’ più grata e ciò non è cosa buona e giusta…è di più, dato che ultimamente rivedendomi in un video mi sembrava di essere diventata la sorella scema di Quasimodo, il gobbo di Notre Dame. Oggi una signora in spogliatoio mi ha chiesto se stessi seguendo anche una dieta per dimagrire e credo che dopo essermi messa a ridere, l’amica abbia capito che no, se proprio dimagrirò, come sempre è stato, sarà perché verrà e comunque non faccio e non farò nessuna dieta dei miei stivali.

È successo, in questi giorni, che una delle mie amiche più care stia passando un soggiorno tutto pagato all’ospedale di Caserta: ogni giorno che passo a salutarla la vedo migliorata, ma il primo giorno eravamo tutti spaventati e tristi…

Quel giorno mi è capitato di fumarmi una sigaretta con sua madre e, alla sfilza di guai correlati a questa situazione (solo tre giorni prima il fratello della mia Gep era uscito dall’ospedale per un’operazione dopo essersi fratturato il braccio) mi ripetevo frasi come piove sempre sul bagnato, non c’è mai fine al peggio, l’erba cattiva non muore mai e tante altre frasi arrendevoli di fronte all’ineluttabile merdaccia quotidiana che ci sorbiamo.

Poi, mentre tornavo in bici, in una perfetta domenica mattina autunnale, piena di rosso ovunque, ho pensato che non è possibile, che non è vero, non deve essere vero.

E, infatti, non lo è…c’ho messo mille ore per parlare solo di aria fritta, quando il solo nocciolo della questione è che se non ti predisponi positivamente, anche se stai con la merda fino al collo, e se non la finisci di fare la vittima degli eventi le cose non andranno mai.

Ho smesso di credere che il meglio deve ancora venire come se fosse un Messia da aspettare per la liberazione eterna, no. Il meglio, come il peggio, è in ogni dannatissimo giorno.

Lo ripeto a me stessa qui, così può essere che prima o poi ci creda davvero.

Il mio regno per un tarallo

L’estate scorsa un ragazzo, durante una festa, verso le due di notte (l’orario e il luogo in realtà sarebbero irrilevanti se non per dare più carisma e sintomatico mistero all’intera faccenda), nonostante l’aurea di scetticismo che mi circondava, mi ha preso la mano e me l’ha letta. Beh, le linee contorte del mio palmo hanno detto che mi sposerò tra i 35 e i 40 anni e che farò il lavoro che ho sempre sognato.

Ottimo, direi. In pratica mi ha detto proprio quello che avrei voluto sentirmi dire: sull’età da matrimonio proprio nulla da eccepire, è quella, più o meno, ma stare qui a dirvi qual è il lavoro che ho sempre sognato, poi…non è così facile, dato che non lo so, ancora, a 26 anni.

Non me ne faccio un cruccio così grande nè mi vesto di vittimismo; semplicemente, forse, lo sapevo, ma mi sono distratta.

Al campionato mondiale di distrazione, se solo mi accorgessi di comedovequando  si terrebbe, potrei vincere il secondo premio, il primo no, perché mi distrarrei anche nello stare distratta.

Ho lasciato andare parecchie faccende delicate ed importanti, preda del Demone della Distrazione (si, è una palese copia del Demone dell’Inadempienza, mio altro fedelissimo compagno di vita); ma mi sono, allo stesso modo, difesa dalle insidie quotidiane: sono capace di rimanere da sola per giorni, per esempio, perché la Distrazione è una compagnia talmente invadente che non mi fa annoiare neppure. A volte è l’unica compagnia, dato che per distrazione non mi accorgo che magari a quel ragazzo un po’ troppo timido o forse impaurito dai miei modi da camionista interessavo, o quando mi sfugge completamente dalla testa l’impegno della serata, ricordandomene tardi, quando ormai sono stanca di prepararmi .

Non ho paura di rimanere da sola, o forse ho troppa paura di non rimanere da sola, il risultato non cambia.

Non sono un’asociale, nè ho qualche problema con la sessualità, o, almeno, non mi sembra.

Mi dà leggermente fastidio il contatto umano, ma nei limiti, ben lontani dalla psicopatia.

È che, forse, ho ancora priorità sballate.

E uno scarso senso della realtà, of course.

Pensate che una volta ho preso una busta di taralli come un pegno d’amore.

Erano proprio i miei preferiti e credevo che la cosa fosse una qualche coincidenza astrale dei miei stivali (certo…e tutto ciò non è successo quando ero un’adolescente, ma solo qualche anno fa).

Dal giorno della delusione, poi, persino il mio amore per i taralli è andato momentaneamente scemando. Molto momentaneamente, dato che mi sono ripresa in fretta, prestando fede alla mia mansione di sommelier non autorizzato di taralli: alla vista, al tatto, all’olfatto, oltre che al gusto, saprei distinguere e recensire qualsiasi forma e tipo di biscotto salato dalla forma circolare.

Di stì tempi…hai visto mai.