Che sia benedetta (ma non troppo)

Come molte volte ho contemporaneamente rovinato e migliorato la vita di me medesima (e ne sono uscita-più o meno-indenne)

Un paio di settimane fa ho partecipato, abbastanza inconscientemente, ad una Catena di Sant’Antonio 2.0 che consisteva nello scambiare libri: tu ne mandi uno a un indirizzo che ti passa di soppiatto un tuo contatto e quindi giri l’indirizzo di questo ai primi sei che mettono mipiace al post riguardante questa catena. È come i Secret Santa che organizzano le blogger fighe e seguite da millemila followers solo che, quando ho messo il mipiace, stavolta, non avevo capito di essermi ritrovata in un circuito di scambisti di carta stampata.

Da qui, il passo al riferimento spicciolo su quante volte ci troviamo impelagati, nostro malgrado o meno, in situazioni di libero scambio emotivo/sentimentale/relazionale con gli altri, è stato brevissimo.

Ma è proprio così.

Ovviamente dal mio punto di vista.

Sicché ho pensato a quest’anno che è partito in un modo o’ famo strano ma migliora ogni giorno-o quasi-de’ più, al fatto che quei miei maledettissimi difetti se giro la frittata mi sembrino dei punti di forza e che, ironia della sorte (e la sorte è sempre un bel po’ ironica dalle mie parti) mi hanno distrutto le giornate ma me le hanno hanno un po’ svoltate.

E dato che spiattellare i fatti miei è diventato il mio sport autunno/inverno/primavera, ci faccio una Fantaclassifica , prendendo ognuno di questi punti come un buon proposito non solo per il duemiladiciassette, ma foreverandever nei secolideisecoliammén.

#1. So essere estremamente e stupidamente sincera

La sincerità è la cosa più bella del mondo ma spesso le persone non sono propense a sentire il tuo puntiglioso punto di vista sulla questione. A volte sono odiosa, sembra che stia su un piedistallo del cazzo, ma è tutto fittizio. È solo che sono una vera fan del libero scambio di opinioni, le mie e quelle degli altri. In società, però, dovrei darmi un tono e non sbadigliare se, per esempio, sono ad una boriosissima e noiosissima presentazione di un libro, perché a sto’ punto me ne rimanevo a casa e facevo un favore a me e all’ego dell’autore il quale, vedendomi sbadigliare, si convince di essere un intelletuale troppo aulico per finte radical-chic da pasta e patate come me. Tutto ciò è controproducente.

Il mio problema, poi, non sono nemmeno i pensieri o le parole; sono le mie facce, su quelle ci devo lavorare ancora un bel po’.

#2. Sono coraggiosa in ammore come non lo sono in nessun altro aspetto della mia vita

Prega qualsiasi divinità che io non mi innamori/invaghisca/rimanga colpita da te; ciò vuol dire che se anche tu conosci appena il mio nome io, prima o poi (più prima che poi, povero te), mi rivelerò, mettendoti anche una ‘ntecchia in crisi.

Precisiamo una cosa: non sono più la giovane ragazzina disillusa di un tempo che crede nel grande ammore/il principe azzurro/la casetta di marzapane ecc ecc… semplicemente ho sempre pensato che avere dei sentimenti verso qualcuno e non manifestarli fosse una cosa un po’ fessa, perché sono stata anni a sentirmi dire “ma lo sai che quando stavo in primo liceo mi piacevi/quando quella volta siamo rimasti da soli a parlare avrei voluto baciarti/tre anni fa mi piacevi molto ma non avevo il coraggio“… onestamente, non ditemelo a posteriori, non ha senso. Le cose belle si spiattellano e, se penso delle cose belle su di te… te le dico. Anche se forse non mi rendo conto che tu non sei pronto a sentirtele dire; anche se tu viaggi ad una velocità diversa dalla mia su questo trenino impazzito che non si capisce bene a quale stazione si fermerà mai. Egoisticamente io mi sono tolta un peso. Tu, se sei pronto agisci di conseguenza, altrimenti sappi che dal mio cuoricino pulsante arrivano dei battiti che, in qualche modo, ti faranno compagnia ugualmente. Si spera sempre più silentemente, perché sto riscoprendo l’importanza del cioncarsi le mani e la lingua e l’inutilità dell’accanimento terapeutico verso una situazione già chiara. Poi, quelli che dicono che il tempo serve hanno ragione… le cose cambiano, anche i battiti.

Però ricevere un (uno di nome e di fatto, non uno che ne sono dieci!) messaggio da una persona che ci ha voluto davvero bene, seppur non abbiamo potuto ricambiare questo bene, è un dono raro, una coperta da tenere in serbo per le notti più fredde e non lasciare nel dimenticatoio. Davvero ci credo che l’amore dato non sia sprecato e ti torni, in qualche modo.

#3. Confondo “uscire dalla comfort zone” con “complicarmi la vita”

Cresciuta con la sindrome del nessunomicapisce, inconsapevolmente o meno vado costruendo la mia realtà quotidiana complicandomi la vita, in nome del rifuggire dalla routine. Mio padre mi ha sempre ripetuto, in napoletano, un detto che tradotto dice più o meno “chi non ha una testa buona ha di sicuro dei piedi buoni“, il che vuol dire che se ti complichi la vita poi te la devi piangere da sola. Sante parole, in teoria.

Il fatto è che io sono spaventata da morire dalla routine, forse è perché abito con mio fratello che ha un disturbo ossessivo compulsivo diagnosticato e quindi vedo cosa significhi rimanere seriamente ingabbiati nelle abitudini; forse (e sarà soprattutto per questo) è perché fondamentalmente sono pigra e per costruire una routine sana ci vuole tanta forza di volontà. Non mi sto giustificando, sia chiaro: c’ho messo 28 anni a capire che abbiamo bisogno di routine e di sicurezze, che ci servono anche quando decidiamo di trasgredirle, perché di base ci donano serenità. E chi è sereno affronta ogni aspetto senza drammi anche quando i programmi saltano (o, almeno, si spera).

#4. “Ho sempre avuto pochissime idee, ma in compenso fisse” (citazione umile da Fabrizio De Andrè)

(io mi fisso… forte)

Se incomincio a fare mia una convinzione, qualunque essa sia, dall’essere categorica sul non gettare i mozziconi a terra al gettare il vetro dopo un evento al Club 33 Giri, quella è legge più legge delle leggi che noi fuckthesystem ribelli trasgrediamo. È così.

Come la mia fissazione ventennale, ormai, per Lorenzo Cherubini aka Jovanotti, o il mio amore, esclusivamente legato alla sua caratura culturale (sia chiaro!), per Alberto Angela. Sono stelle fisse incrollabili nel vasto cielo della mia mente contorta. Per esempio, per quanto riguarda il farmi passare un pallino così presente come quello di Alby, bisognerebbe farla proprio grossa: tipo che Alberto Angela dica pubblicamente che gli Etruschi siano stati dei coglioni. Ma non voglio nemmeno pensarci che già mi vengono i brividi.

Il brutto delle fissazioni è che chi non le ha come le tue non ti capisce… e chi le ha, sembra un invasato e ti spaventa. Nel mezzo ci sei tu, che spaventi quelli che non ne hanno e deludi per poco afflato quelli che ne hanno. Che amarezza.

 

La lista sarebbe ancora tanto lunga ma ho pietà di chi potrebbe leggere e poi c’ho ‘dda fà, indi per cui lascio il qrcode strafigo di quest’altra playlist, che ascoltavo mentre cercavo di mettere in ordine i miei pensieri.

Difettosi o no, la vita è bella over’ . Cià.

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Senza mani, senza piedi (e senza sellino)

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Ultimamente dormo massimo sei ore a notte, precisamente dalla prima notte in cui ti ho scritto.

Mi piace pensare che quelle ore mancanti alle mie canoniche otto siano in giro;

a far compagnia alle mie occhiaie, pronte a ricordarmi allo specchio che mi manca qualcosa;

tra le sigarette che ho fumato di notte, insieme a qualcuno, sotto casa mia prima di scendere dall’auto, quando sembra che il tempo si cristallizzi e vengono raccontate grandi verità, ci sono risate vere e piani per un domani che è già oggi;

nei bicchierini di Jageirmaster che bevo con le ragazze dietro il bancone, se la serata al club va bene, se va male, basta che sia con ghiaccio perché pure quello si mastica, mentre sto per fumarci su;

tra le parole delle canzoni che ho sempre ascoltato e che ora il mio cervello ha stabilito dovessi c’entrarci anche tu, maledetto;

tra le ruote della mia auto, tra i chilometri che ho macinato cantando per farmi compagnia, per ristabilire la mia dose quotidiana di allegria obbligatoria, mandando saluti a bambini annoiati che mi guardano dal sedile posteriore;

tra il cloro di una piccola piscina di provincia, tra il mio imperfetto stile dorso, le articolazioni che scricchiolano spaventosamente e i giorni persi da recuperare, in questa vita o in un’altra;

nei miei pensieri contorti come grovigli che si diramano dalla mia testa dura, una strana alternativa ai capelli che, ostinatamente, taglio via, quasi come se fossero loro gli unici veri colpevoli della mia confusione mentale.

Le mie ore di sonno mancanti, forse, stanno facendo compagnia alle tue, perse in altre situazioni che non mi toccano.

I pensieri, il tempo, i soldi, ognuno li spende come vuole.

Ma a me piace immaginare che in un universo parallelo ci siano due come noi che si prestano il sonno perduto. Ritrovandolo nelle medesime cose.

Vicini, in quel mondo e in quel modo.

(ricominciare a pensare di fidarsi di nuovo di qualcuno con, stavolta, uno sguardo meno miope del tuo, sembra sempre più difficile; come andare in bici con mille sadiche varianti: senza mani, senza piedi, senza sellino… e qui sò dolori)

Intanto, continuerò a perdermi in questa intricata Babilonia.

 

 

 

Disamore e altri rimedi

disamore

Prima che la mia famiglia si trasferisse in questa casa, nella nostra casa, io sognavo di vivere proprio qui, soprattutto da bambina: era la casa dei miei nonni, la casa dei giorni più felici della mia infanzia, la casa perfetta per chi non vuole usare l’auto, scendi di casa e il tabaccaio, il panettiere, la pizzeria, sono a tre passi.

Poi, questa vecchia casa di inizio Novecento è diventata davvero nostra. E nonostante sia felice di questo grande traguardo della mia famiglia, dopo anni incerti, ci sono e penso che non ne sono più innamorata. Quando ero piccola era perfetta, ora no: non solo perché gli occhi del bambino amplificano tutto, ma perché dopo anni di discussioni familiari questa casa per me ha perso il suo valore. Doveva unire e invece ha diviso. E io non sopporto quasi il fatto di abitarci.

Succede così anche con le persone, con le passioni, con le buone abitudini, con i tatuaggi (ma allora perché continuo a farmene?!?) con gli oggetti/feticcio a cui ci aggrappiamo tenacemente per un pezzo di vita, per poi dimenticarcene gradualmente. Disinnamoramento lento.

Come una reazione speculare, se sono una tipa da innamoramento facile ma Amore lento (perché son sempre una di quelle ragazze romantiche che scinde l’innamoramento dall’Amore), altrettanto sono una tipa da disamore facile e disinnamoramento lento.

La parabola è discendente e spesso discendiamo senza freni, dritti, in picchiata, verso il suolo. Miracolosamente mi rialzo sempre in piedi, però.

Andando ad analizzare la situazione malsana e bacata più o meno i quattro stadi procedono così:

  • Prima fase: “Quando ero piccola mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani” (e non è cambiato niente). Innamoramento facile . Si salvi chi può.

Ovvero: hai l’emotività e la maturità sentimentale di una pre-adolescente, lo sai, ti riprometti che smetterai, che ormai sei vicina-vicina così ai 30 anni ma le tue botte di propositivià fanno sì che incontri uno, ti iscrivi ad un nuovo corso di tiptap, leggi un aforisma dalla dubbia provenienza su facebook, ascolti un bel pezzo e la tua vita riacquista un senso (e meno male). La vita è tutta un yeeeeeeeeah!/ abbiamo in comune il fatto che ci piaccia Filippo Timi, ti rendi conto? siamo perfetti insieme/ ma come ho fatto a sopravvivere fino ad oggi non conoscendo la mossa super segreta della taranta del sud est del Gargano?

Mi pare di sentirla, quella voce della pubblicità: “ti piace innamorarti facile?!? ponsciponscipopopò” … Eccomi, presente!

  • Seconda fase : “Ma se tu ci stai, ci sto… perché ti voglio bene un po’ . Amore lento. Gente che fugge quando gli consegni il cuore tra le mani ne abbiamo? A’ zeffun, a’ beverunn’, a migliara (scusate ma il tocco trash mi esalta).

ciuf ciuf

Ho la lancetta dell’Amore talmente tanto pesante che non si alza mai. Oppure ho un’idea distorta dell’Amore che non si rispecchierà mai nella pratica. Il risultato non cambia. Esaltarsi per poco ma metterci tre anni per fidarmi di te e aprire il mio cuoricino-ino-ino. Intanto tu ti sei scocciato di stare con un’insicura e mi hai mandato a cagare alla terza settimana di tentennamenti pure per decidere su quale prato andare a mangiare la pizzetta che abbiamo comprato per pranzo. La mia canzone sull’argomento è Quando sarò capace di amare di Gaber e quando la riascolto il cuore mi si scioglie. Quando sarò capace di amare sarà tutto naturale, come un fiume che fa il suo corso . Perché se lui è quello giusto, lo decide lui dove andare a mangiare quella benedetta pizzetta, senza ascoltare i miei tentennamenti da pseudosociopatica. Questo è.

  • Terza fase : Disamore facile . “Quando ormai sono venuto ti guardo e penso che posso vivere anche senza di te” . Sei più “crudele” di Hannibal the Cannibal e non lo sai.

Nonostante, quindi, l’esaltazione incipiente per quel nuovo personaggio che riempie le mie giornate, per quel nuovo corso di tiptap, per quel nuovo gruppo musicale, tutto passa. Ho la passione bloccata, non riesco a farla uscire fuori sulla lunga distanza, anche quando so che ne varrebbe la pena, anche quando so che qualcosa di più congeniale alla mia indole non potrei trovare. Pigrizia? Scarso senso della realtà? Fuga continua dalle responsabilità? Forse tutto ciò, o forse no. Forse è così che va. L’importante è cercare di non farsi trascinare dagli eventi e avere sempre il timone della zattera che ci sta portando a largo. Almeno un po’, dai. In fondo se ti sei messa sulla zatterà è perché rimanere in spiaggia era troppo noioso.

  • Quarta fase : Disinnamoramento lento . “It’s been a long time, long time now since I’ve seen you smile”. É passato solo un anno (magari fosse solo un anno) e lui, che mi ha lasciato, sta uscendo con un’altra, ti rendi conto?

Il mio odio/amore per le situazioni sentimentali nuove mi fa pensare che rifuggendomi con il pensiero in quelle che risalgono all’età del bronzo possa stare meglio. Sappiamo tutti (o almeno io, ormai, ne sono ben cosciente) che nella vita reale, quella che è fuori dalla mia testa, la cosa più stupida che si possa fare sia pensarci ancora. Per fortuna, sembra incredibile, ma davvero non sto più pensando a tutte quelle situazioni malsane che mi bloccavano i pensieri; tutte le storie vecchie e tutti i punti rimasti sospesi con chi non è diventato una storia ma da queste parti è passato comunque. Forse è merito del fatto che da quando lavoro con Clara mi si è un tantinello spostata l’asticella del dolore e quella della lagna libera. Se hai a che fare tutti i giorni con una ragazza che ha avuto un gravissimo incidente e vede, ma soprattutto tocca, il mondo attraverso gli altri qualcosa dentro ti cambia.

Il disamore diventa, così, giorno dopo giorno di nonpresenza mentale, il rimedio perfetto per la Libertà più pura, quella di pensiero.

E voglio concludere ricordando Lorenzo Amurri, scomparso qualche giorno fa:

“Libertà di pensiero è Libertà di movimento”

L’effetto Al Bano e Romina. Fenomenologia del ritorno a note spiegate

29 maggio 2015. A volte ritornano.
29 maggio 2015. A volte ritornano.

Io sono un po’ stronza, debbo ammetterlo, e come direbbe un mio amico “andrai all’inferno per questo” :  lo so e mi pregusto le fiamme di Lucifero. Sarà così anche perché durante questi anni di singletudine, forzata o no, ho sempre consigliato ostinatamente la stessa cosa a chiunque fosse stato mollato, avesse mollato, sia stato in quel perifrastico procinto di lasciare qualcuno: non tornare mai indietro. È stato il mio mantra per anni, quel “mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa” attribuito ad Andrea Pazienza, ma poi rivelatasi una citazione di Che Guevara, io lo scrivevo ovunque, tanto che dopo aver fatto il Cammino di Santiago mi son fatta tatuare pure una freccia disegnata sotto il polso sinistro per ricordarmi che la direzione giusta è sempre e solo quella in avanti.

da
da “Le straordinarie avventure di Pentothal”, pag 86

Eppure, eppure la coerenza ogni tanto si allontana dalle mie parti e, come una punizione karmica, quanto più io sia ostinata a fare la femmina vissuta e a consigliare a chicchessìa che tornare indietro è come regredire, tanto più la vita (o la mia demenza senile precoce) mi fa mordere la lingua e mi fa imbattere in veri e propri fantasmi. Li avevo citati nel post precedente perché, appunto, come uno di quei temporali estivi inconcludenti, l’aria era insopportabilmente umida e appiccicaticcia già da un po’ di tempo e, ora che i lampi ed i tuoni son spariti e mi sono presa un raffreddore per l’acqua presa senza ombrello, tutto è tornato più caldo stagnante e insopportabile di prima.

Secondo me è tutta colpa di Al Bano Romina Power: mi son guardata bene dal rimanermene attaccata alla televisione la sera della loro, ormai storica, serata all’ Arena di Verona ma quel riproporsi nei giorni seguenti delle scene più succulente tra sguardi di intesa, balletti a due e (finta?) affinità perenne, nonostante la Lecciso, nonostante i mille anni passati lontani, devono aver lasciato una traccia nel mio cervellino bacato (giusto perché continuare a dare la colpa delle proprie azioni agli altri, soprattutto se sono esseri mitologici della cultura musicale/televisiva italiana, ha sempre quel fascino a cui io non so arrendermi…giammai!)

Quindi, visto che l’ironia è l’unica via ora e sempre, fratelli, dopo una settimana ad arrovellarmi il cervello e a sentir sbattere i pensieri nella mia testa come falene verso la luce, son qui a cercare di fare i conti con quei fantasmi che ho tentato di richiamare dall’oltretomba, non per affrontarli: onestamente ora non ne avrei nemmeno la forza psicofisicamorale, ma per rintanarli di nuovo sotto il tappeto, nell’angolo più remoto del cassetto dell’armadio, in quella scatola in cima alla libreria; sperando di avere la forza di lasciarli lì anche la prossima volta che mi sentirò “sfhola e abbandonata” .

E dato che in queste situazioni non c’è nulla di più confortante della musica e della scrittura son qui a cercare timidamente di convogliare le falene sbattenti della mia testa in una supermegafantaclassifica a note spiegate:

#1. Fiori rosa, fiori di pesco: il ritorno ritardatario

c’eri tu. Appunto, c’ero.

Tralasciando il fatto che ho appena scoperto che questa canzone ha giusto 45 anni, è stata pubblicata l’8 giugno 1970, potrebbe essere stata scritta dal grand master Mogol e dal nostro caro angelo Lucio anche ieri ma il succo non cambia; io dalla prima volta che l’ho ascoltata immagino sempre lei che non può fare altro che dir questo:

“Sei arrivato in ritardo, Ciccio…Sì, mi stanno tremando le mani, ma togliti immediatamente dalla testa che sia per l’emozione di vederti; piombi così, nel bel mezzo della notte, come uno stalker, a casa mia…anzi, onestamente forse non avrei proprio dovuto aprirti…ho aperto solo per carità cristiana perché, in effetti, non avevo nemmeno ben capito chi cacchio fosse alla porta e credevo chissà cosa fosse successo…

Come dici? Solo credevi di volare e non voli? Eh, ma dopo un anno cosa pretendi che ci possa fare io?!? Ecco, hai svegliato pure il mio moroso, ora mi tocca pure spiegargli chi sei…Vabbè, dopo un immaturo come te me lo son preso un po’ più grande, ma ora on chiamarlo signore mi sembra un po’ esagerato…Sì che siamo stati lontani ed oggi è oggi e domani, lo sai meglio di me, è un altro giorno, solo questo posso dirti che è vero…”

Finalmente lui si rende conto che sta davvero sfiorando il ridicolo, lei riesce a cacciarlo via, si chiude una porta e si apre decisamente un sorriso.

#2. La descrizione di un attimo: il ritorno paraculo

…ci rivediamo presto, tra almeno altri cinque anni. E menomale che ti ha fatto piacere rivedermi.

Quando penso agli anni 2000 mi vengono in mente i miei 12 anni e tutte le situazioni del caso; è inutile che scriva alle nuove generazioni e che ribadisca alle vecchie quanto era bello il mondo quando MTV era un canale solo e solo musicale.

Questa canzone in me risveglia quelle sensazioni da TRL o Hitlist Italia: non potrò mai essere obiettiva.

Eppure, con tutti i sentimentalismi del caso, generati dal proficuo sodalizio Zampaglione-Sinigallia io questa canzone debbo includerla nel ritorno paraculo.

È evidente che qui ci troviamo davanti ad un frequente caso di homo mestruatus che, come tutti i suoi simili, vive quel particolare periodo del mese di 28(29)-30-31 giorni al mese:

non si capisce dove si vuol andare a parare, l’homo ci tiene a dirmi ad inizio canzone che non mi vede più come un tempo,

“le convinzioni che cambiano e crolla la fortezza del mio debole per te” 

mi fa piacere, anche se non ti avevo neppure chiesto ancora “come va?”;

poi via con lo sminuire il povero cristo che sta con me con “anche se non sei più sola, perché sola non sai stare e credi che dividersi la vita sia normale” , scusami se mi sono rifatta una vita…

meno male che la memoria dell’homo scivola sul “Viale della Rimembranza” che rende tutto più luccicante, non senza una dose di cazzimma l’homo mi fa presente che, nonostante nel 2000 facebook fosse solo nei sogni più reconditi di Zuckemberg, lui sa: “mi hanno detto dei tuoi viaggi, mi hanno detto che stai male, che sei diventata pazza ma io so che sei normale” , sinceramente credo che i conoscenti che abbiamo in comune siano degli stronzi, ma grazie perché confidi ancora nella mia salute mentale.

Con queste premesse io, personalmente, non saprei proprio cosa rispondere ad un homo mestruatus, menomale che conclude lui la conversazione con la più paraculo delle frasi che si possano dire: “aspettami oppure dimenticami” (???) e quel “ci rivediamo presto, tra almeno altri cinque anni” che suona tanto come una minaccia: a stò punto credo che possa sopravvivere egregiamente altri 50 anni senza incrociarti più, grazie per avermi detto “come sempre sei bellissima” ma davvero attimi così non vorrei né descriverli né viverli più…e cerca di non starmi così vicino perché altrimenti rischiamo che il mio ciclo si sincronizzi col tuo.

#3. Qualcosa di meglio: il ritorno tenerello

…possiamo riguardarci negli occhi. Ma non troppo, però.

Partendo dal presupposto che ho avuto modo di fare qualche incontro ravvicinato con Niccolò Fabi ed è davvero così dolcino e tenerello come sembra, non c’è da meravigliarsi se per lui rincontrare una ex sia davvero come dovrebbe essere:

“quella cosa non c’è più, possiamo riguardarci negli occhi”, questo è un incontro maturo, pieno di tenerezza per il bene che c’è stato e che ci sarà comunque, anche se il loro cammino li ha portati a prendere due strade diverse:  “se non fu amore il nome non so dirti qual è ma almeno durerà per sempre” .

Lui le dice “chiamami tranquillamente se ti mancheranno le mie vene” ma sa benissimo che lei non lo farà, che adesso c’è qualcun altro, che la vita almeno stavolta è andata avanti.

Ho sognato tante notti di affrontare un incontro con questa verve e forse non ci sono mai riuscita davvero: ogni volta l’immaturità aveva la meglio e spuntavano frecciatine cattive e un inutile e stupido desiderio di rivalsa che inaspriva i toni e rendeva ridicolo e inutile l’essersi visti.

Niccolò sa anche che una situazione così delicata come questa, con le proprie difese davvero abbassate non può durare molto: “ è stato molto bello rincontrarsi ma l’insicurezza sta per tornare, ti bacio e ti saluto, ora devo andare via“;  forse non si rincontreranno per molto altro tempo, ma la vera cosa che conta è quella sensazione di affetto e di serenità che aleggia su loro, sulla propria vita di adesso e su tutti i ricordi del passato.

#4. La lontananza: il ritorno immaginario

…ciao, non piangere, vedrai che tornerò. Voglio sapere il giorno e l’orario preciso, che magari non mi faccio trovare.

Il 1970 deve essere stato proprio un grande anno, ci sarà stato qualcosa nell’aria: forse le polveri dei cantieri che nel nome dell’abusivismo edilizio cementificavano le nostre campagne senza ritegno né onore, forse lo sventolio delle mazzette e tangenti che ci hanno rovinato per tutti gli anni a venire, sarà, ma ecco un altro pezzone proprio di quell’anno.

Qui, oltre a tutti gli innumerevoli problemi che una coppia solitamente deve affrontare, ci si mette anche la logistica: lui sta per partire e dato che, come asseriva il buon Lello Montaigne (se non avete visto “Ricomincio da tre” rimediate immediatamente!), “chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca” , l’amico Modugno forse ignorava che, dopo un anno sarebbe stato ancora lì a rimurginare sulla cazzata commessa nel lasciare la sua bella e nel maledire la distanza, “adesso che è passato tanto tempo darei la vita per averti accanto“.

Per me il ricordo di una persona lontana buttato così, come un sentimento volante o, addirittura, come una spada di Damocle sulla testa è un po’ una scusa: è come fare l’amicone con quel tuo amico che mal sopportavi nella quotidianità ma che dopo la sua partenza per lavoro stai lì a mandargli tutti i giorni emoticons con cuoricini dicendogli quanto ti manchi.

Sarà che mentalmente sono un po’ tarata, ma a me le cose sospese ed aleggianti non piacciono; ho creduto sempre, forse erroneamente, che il cuore, prima di ogni altra situazione, se sincero debba spingere l’agire. Ma un agire deciso e non pieno di paroloni retorici.

Per me dire certe cose e poi non comportarsi di conseguenza è peggio che non dirle.

Per questo son qui, alla tastiera, sperando che questa confusione mentale passi presto e che, al di là delle pippe del caso, possa rendermi conto ogni giorno di più che quello che deve succedere, succederà.

E poi, come direbbe il buon Giovanni Truppi:

“che banalità
tutte queste cose che pensavamo fossero
solo nostre alla fine le vivono, le piangono
(sentendosi tra l’altro unici) diecimila altre
coppie di cazzoni”

19 Gennaio, una grande canzone di ritorni anche questa.

Ergo, seppur il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima, di ritorno non è mai morto nessuno.

Il destino nel nome

Chi è affetto dal “complesso del provinciale” come me sicuramente sa di cosa sto parlando: di quella sensazione di inadeguatezza perenne che perseguiterà noi poveri (macchè poveri, almeno per noi il traffico è davvero limitato) cristi che viviamo in una qualsiasi provincia italiana (al sud come al nord, passando per le isole, delle caratteristiche sono proprio uguali) rispetto ai nostri coetanei cittadini piùnavigatipiùspigliatipiùemancipati. L’inadeguatezza aumenta se, nella fatidica scelta dell’università, si persevera diabolicamente nel rimanere impantanati nella provincia cronica (ebbene si, prima di abbandonarli perché ho superato con -quasi- successo quella fase da post adolescente maledetta nessunomicapiscetrovorifugiosolonellabarbadifrancescobianconi , anche io pecco per aver seguito i Baustelle fino a “i mistici d’occidente” almeno, faccio outing). Comunque dicevo; per ignoranza (nel senso che ignoravo), per pigrizia, mancanza di mezzi o altro, ho scelto di rimanermene bellina bellina in sede e di iscrivermi ad una facoltà a tre chilometri di distanza.

I pro di una scelta così comoda: posso andare all’uni in bici e posso svegliarmi mezz’ora prima dell’inizio della lezione.

I contro: da dove volete che inizi?

Non mi perdonerò mai per questa scelta; ma rimanermene a casa mi ha permesso tante cose, ho potuto lavorare e così arricchire il mio curriculum vitae con esperienze utilissime (crediamoci), ho potuto godere della compagnia amorevole della mia famiglia (ma chi cazzo voglio prendere in giro?) e ho potuto continuare a fare la bambocciona parassita, cosa che davvero non mi riesce male, a detta di mia madre.

Ma non è questo il mio rammarico più grande; scegliendo di rimanere a Caserta e di non fare la pendolare verso la grande metropoli napoletana, per dirne una, ho evitato l’incontro della vita: quello con il prof Eduardo Federico, con cattedra nella facoltà di lettere e filosofia alla Federico II. La sua leggenda lo precede, e con essa le sue analisi attente in onomastica: in pratica il prof dal nome sa dirti le caratteristiche precise di una persona. Lasciate stare quei giochini idioti su fb, che dal nome ti dicono che sei una persona sensibile ma decisa, instancabile faticatrice, dalla voce sexy, qui si parla di saggezza popolare e studio accedemico, realtà teorica e pragmatismo fusi insieme. Ed io a questa cosa dei nomi, devo dire la verità, c’ho sempre un po’ creduto…aumentando o distruggendo i miei pregiudizi da provincialotta qual sono, e che lo diciamo a fà.

Se ti chiami Lorenzo, per esempio, sei una persona interessante, un compagnone, un buono di cuore. Certo, il mio ultimo fidanzato si chiamava così e siamo finiti a paccheri almeno un paio di volte, se ricordo bene…ma ti chiami come Lorenzo Jovanotti (e come mio fratello, se proprio vogliamo dirla tutta) non so se mi spiego, potrai avere pure qualche difetto, ma con me avrai sempre una chance.

Con una Giulia non si può competere; ce l’hanno nel dna, quelle…non so perché, ma me le immagino tutte bionde con gli occhi chiari, c’avranno tutte il sangue svedese stè tipe, tutte spigliate, tutte che ci sanno fare con i ragazzi…Insomma, l’incubo di qualsiasi adolescente insicura, dalle medie in sù.

Se ti chiami con un nome a caso tra Umberto, Alberto, Roberto, sappi che ti guarderò sempre con affetto perché mi ricordi (oltre al sempre amato A. A., Alberto Angela, l’eroe della divulgazione scientifica in Italia e, oserei dire, nel mondo) un caro amico di infanzia con cui se mi ci incontrassi ora avrei così poche cose in comune che mi troverei in imbarazzo dopo due minuti; ma sappi anche che sarebbe davvero difficile per me non confondere questi tre nomi, quindi accetta che ti chiami alternativamente con uno di questi, o tutti e tre contemporaneamente.

vi renderò orgogliosi, Angela!

Se sei un Fabio ti troverai, tuo malgrado, ad essere il mio migliore amico (o la mia migliore amica): il mio punto di riferimento (asessuato) nel mondo maschile e il mio antistress sul lavoro come nel tempo libero (scientificamente provato con due Fabii di due latitudini differenti)…e poi, altro che diamante, un Fabio è per sempre.

Avrai fatto sicuramente la scout se ti chiami Federica, sarai una tipa abbastanza sicura di te e un’utile risorsa per qualsiasi problema logistico, come allestire un mini tendone da circo in un giardino pubblico o sistemare una decina di amache con la sola imposizione delle mani oppure, più semplicemente, montare una tenda che non sia una quequa 2 seconds; forse avrai tutta questa voglia di fare per riscattarti dalla rima con mano amica che dalle medie ti viene ripetuta come se fosse davvero una battuta simpatica o forse no, magari stì scout un po’ di sicurezza in se stessi la danno davvero.

"non esiste buono o cattivo tempo ma solo buono o cattivo equipaggiamento" , stà massima di Baden Powell me la ripeto ad uso mantra per sedare le mie ansie da bagaglio a mano...è solo un buon equipaggiamento!
“non esiste buono o cattivo tempo ma solo buono o cattivo equipaggiamento” , stà massima di Baden Powell me la ripeto ad uso mantra per sedare le mie ansie da bagaglio a mano…è solo un buon equipaggiamento!

Potrei continuare all’infinito con questa fiera della banalità, potrei dire che se ti chiami Giuseppe mi ricordi quel mio compagno delle medie un po’ cicciottello ma simpatico che ha deciso di fare l’alberghiero e ha incominciato a lavorare a 16 anni, ora non solo è dimagrito, si è comprato una casa e tra poco si sposa mentre tu guadagni 200 euro al mese facendo tutta un’altra cosa rispetto ai tuoi studi e ringrazi pure il cielo che almeno stè tasse universitarie pè stò giro stanno coperte;

se ti chiami Francesco mi ricordi quel mio amico col barbone, appunto, da francescano che con un lenzuolo marrone addosso potrebbe fare il cosplayer di Padre Maronno al Comicon;

se ti chiami Gianfilippo sei sicuramente un ispettore Siae venuto a romperci le palle ad una serata nella nostra associazione, convinto che sia un locale, non capendo che no, noi non siamo un locale e soprattutto non guadagnamo come un locale…

Potrei continuare, ma la finisco qui…tutto per dire che, alla fine della fiera, io ho degli irrisolti con il mio, di nome: mi chiamo Benedetta, e la cosa mi ha creato paturnie dai 4 anni in poi…dal passare agli imbarazzanti “ma che bel nome!” delle amiche di mia mamma (tutte vecchie rimbecillite, chiamate le figlie vostre, Benedetta, se tanto vi piace!) a quell’odioso PeneTetta che mi hanno affibbiato in quarto ginnasio passando per il nudo e crudo dramma del mio nome…

Se ti chiami Benedetta sei per forza una brava ragazza, una col destino indissolubilmente legato alla chiesa (porto ancora i segni di sedici anni di azione cattolica seppur abbia abbandonato quel mondo, da buona cristiana ipocrita, appena dopo la cresima), una dal visino angelico, una che non ce la passeresti nà notte di fuego con lei…insomma…non ti ispira come una Samantha (aridaje)…Ci sto mettendo una vita a farmi una cattiva reputazione, una roba che manco tatuaggi, piercing e ribellioni (post)giovanili riescono a competerci…come la papera di “Papaveri e paperi” (altissimo trauma infantile) sento una vocina che mi ripete…”sei nata Benedetta, che cosa ci vuoi far?”

PAPAVERI E PAPERE (spartito)

Due minuti e scendo…se non cado nel buco nero spazio/tempo. Cinque scuse reali di una ritardataria cronica.

Se per Stefano Benni, nel suo “Achille piè veloce”, “la vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate”, per la sottoscritta la vita di un ritardatario non è molto più paradisiaca: certo, è decisamente affollata, fin troppo, da amici, amanti, parenti, conoscenti, madri, padri, fratelli, che sono sotto casa ad aspettare che tu scenda. E si, sapere che c’è qualcuno che sta perdendo tempo ad aspettarti ti mette in quella particolare condizione di ansia mista a senso di colpa capace di annebbiarti la lucidità che ti contraddistingue nella vita (?) e farti perdere ancora più tempo, molto più tempo.

la vita di un puntuale tagliata

Dato che trovo, ormai, poco elegante spiegare mentre mi scuso perché questa volta non sono scesa immediatamente, ho deciso di riflettere a lungo sull’argomento e di incominciare a gettare le basi per un saggio scientifico sulla “teoria del buco nero spazio/tempo delle scale”, come l’ha chiamato una volta una mia amica…ovvero tutti quegli infinitesimi gesti capaci di occupare pochissimo spazio/tempo in condizioni “normali” ma che, proprio quando sono in ritardo diventano difficilissimi, degni di quella calma e perizia da chirurgo che, ovviamente, quando vai di fretta non possiedi.

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Studi in laboratorio ed esperienza diretta hanno individuato cinque fasi di stress che si interpongono tra te e la porta, proprio quando il percorso sembrava così facile e lineare…Provare per credere:

#1. Prevenire è meglio che pulire. Il dentifricio.

Non mi interessa quante volte laviate i vostri denti: spero che siate anche voi dell’opinione che una rinfrescata al cavo orale, prima di uscire è cosa buona e giusta.

E, mentre normalmente quando spazzolo i denti sono capace di andarmene in giro per la casa, discutere la tesi di laurea, cantare un’aria del “flauto magico”; quando sto per uscire e c’è chi mi aspetta giù, seppur stia attenta a non muovermi e a rimanere con la testa nel lavandino, quando ho finito mi accorgo che c’è lei. La macchia di dentrifico, per cui perderò dai 5 agli 8 minuti. In più.

#2. A qualcuno piace sfilata. La calza.

Non capita così spesso che indossi gonne, vestitini ed abiti femminili, in effetti. Ma quando accade e sto per indossare quelle calze rigorosamente 800 den scurissime, dalle maglie fittissime, che non diano nemmeno un po’ una parvenza di trasparenza (metti che si vede un po’ di pelle, mi vergogno, oh!) ecco lì, prima un piccolo buco, poi lo strappo si allarga e si forma una vera e propria striscia chiara. Si è sfilato il paio di calze nuovo, mai indossato, mai uscita con questo addosso.

Ottimo. Ora vai alla ricerca di un altro paio decente, o cambia proprio outfit e rivestiiti tutta. Intanto, probabilmente, qualcuno sta invecchiando sotto casa tua.

#3. Trovare un compagno è sempre più difficile. Soprattutto se sei un calzino.

Se non capita spesso che indossi abiti femminili, al contrario sono la regina dei calzini. Ma, secondo quella legge universale a cui nemmeno i miei calzini sono immuni, il 60% degli abitanti del mio cassetto ha perso il compagno in battaglia: ricordo ancora i caduti persi valorosamente nel tragitto stanza/cesto; onoro ancora i martiri del cesto dei panni sporchi (calderone delle più tremende nefandezze umane); ho istituito un memorial day per le vittime del cestello della lavatrice e annualmente getto fiori dal balcone per ricordare il luogo in cui la legge di gravità ha avuto la meglio su molti amici colorati.

Insomma…il tema è grave, il dolore è reale e c’è poco da scherzare. Si può solo pregare che per questo lavaggio sia andato tutto liscio…e, in caso contrario, cercare. Un giorno, comunque, organizzerò una spedizione “alla ricerca del calzino perduto” con tutti gli amici che non credono che sia scesa tardi perché stavo consolando un calzino dalla dipartita del suo amato.

#4. E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure. Sicuramente è rimmel.

Traumatizzata dalla preadolescenza, grazie alle parole “prima di uscire una ragazza deve indossare matita e mascara” di una bulletta di allora (che ho rincontrato poco tempo fa e ho constatato che, come tutte le bullette/bulletti ha fatto una pessima fine…”what’s goes around comes around“, come diceva anche il buon Giustino Timberlake dopo la storiaccia con la Britney), mi capita di applicare ancora questa barbara usanza di truccarmi prima di mettere il naso fuori l’uscio, più o meno con lo stesso successo di quella inesperta tredicenne qual ero all’epoca del trauma-da-bulletta. Ed ecco lì, che proprio quando so che c’è un amico giù che mi aspetta la mano trema e il mascara colpisce. Provo a togliere quel segno con il dito, errore imperdonabile. Divento come Po di Kung fu Panda…mi devo struccare e ricominciare dal via…evvai!

Devo ammettere che a questo spiacevole incidente sto ovviando con dei gesti semplici ma anarchici, non mi piego più ai canoni estetici imposti da gente che ora ha la laurea in lettere ma scrive “se potrei”: sto incominciando a uscire struccata o, al massimo, se sono in confidenza con il guidatore mi trucco comodamente seduta sul sedile del passeggero, tra una chiacchiera e l’altra, ottimizzando così abilmente il tempo del tragitto…che furbona, eh?!?

#5.”Stai uscendo?” “No, indosso il cappotto perché voglio sudare!”

Nonostante le innumerevoli peripezie, finalmente siamo sulla strada dell’ uscio…il traguardo è vicino e ti sembra che sia tutto al rallentatore mentre in sottofondo si ode la classica musichetta di “Momenti di gloria” (che, ovviamente, sto ascoltando anche io in questo momento)…ci siamo quasi, il cappotto ormai è addosso quando…

…una voce familiare irrompe a riportarti coi piedi per terra: “Stai uscendooooooo?!?

Che sia una madre (cosa assai più comune), un padre, un fratello, un convivente o un coinquilino, il risultato non cambia: stiamo tergiversando (come amo questo termine, in realtà l’ho inserito a caso)…

“Potresti comprare sei panini/ il deodorante/ le cartine/ il copriwater / la cuccia del cane?”

Come se fuori ci fosse la bufera di neve o un bombardamento nucleare e tu sei l’unico e il solo che grazie alla sua tuta progettata dalla Nasa può uscire e provvedere all’approvvigionamento familiare. E sia.

E mentre ti viene spiegato minuziosamente in che scaffale cercare l’ambita mercanzia, come se non fossi mai stato in un supermercato, la vita dei tuoi “attendenti” sotto casa scorre lentamente.

Questo è quanto.

Non sto cercando in nessun modo di scusare la mia brutta, bruttissima, pessima, infima abitudine di essere sempre in ritardo…

Sto solo dicendo che ho degli amici meravigliosi che, quando finalmente mi vedono oltrepassare la soglia magica del portone di casa e, quando la sottoscritta ha il barbaro coraggio di fare la domanda fatidica:

“È da molto che aspetti?”

Non dicono nulla, anzi…I più zen rispondono anche “Nàààà, solo due minuti!

Questo post dal finale poco paraculo è per voi.è molto che aspetti

Vi lovvo assai.

La vostra Maledetta del corasòn.