Non sarò da meno (sabato sarò a Roma)

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Qualcuno, parlando di me, ha detto che ho incominciato ad essere me stessa davvero quattro anni e mezzo fa. Mi dispiace dirlo, ma ha terribilmente ragione.

Qualcuno mi ha sempre detto che “le parole provocano e fanno male più di una spada” per giustificare tutti gli schiaffi presi nella mia infanzia, pre-durante-post adolescenza, per tutte le volte che ho dato una risposta non gradita. Sono cresciuta così, a “mazz’ e panelle” dai miei genitori, forse impreparati, forse un po’ frustrati, forse avviliti, che hanno reagito a me, figlia tremenda, come avrebbero fatto i loro (anzi, i nonni avrebbero fatto di gran lunga peggio, questo lo ammetto). Non vado fiera di tutte le “botte” prese, ma col tempo ho saputo parlarne con mia mamma e mio padre, superare alcuni brutti episodi, capire, in qualche modo.

Ma capita che, se cresci con la frase “mi hai provocato con le parole” un po’ pensi che se si reagisce con uno schiaffo ad una qualsiasi frase tagliente detta nel pieno della rabbia sia normale.

É successo così anche con lui, quattro anni e mezzo fa.

Ero arrabbiata, ero frustrata, volevo far male in qualche modo a me stessa e a lui, volevo che la nostra coppia dall’andazzo morboso si esaurisse, si suicidasse, ma non avrei mai pensato così.

Col senno di poi mi sembra tutto confuso e lontano, impossibile, quasi, che sia davvero accaduto. Lui è il ragazzo perfetto, quello che piaceva a mia mamma, che studia in una buona facoltà, ragazzo “di paese”, che va in chiesa tutte le domeniche, impegnato nella vita comunitaria, iscritto perfino al PD. Per mesi ho ripetuto che la colpa era stata soltanto mia.

Invece no. Bisogna perdonare se stesse. E poi anche lui, se ti sembra sincero nel chiederti scusa, ma non starci più insieme.

Bisogna pensare che col prossimo non sarà più così; bisogna non aver paura di stare al telefono con un uomo che ti piace per più di mezz’ora perché con lui, a telefono, ci litigavi ore intere; bisogna brillare di luce propria ma permettere che questa luce si possa vedere da fuori, qualora ci fosse qualcuno che godrebbe del tuo bagliore. Perché, non sei più quella ragazza insicura di quattro anni fa, sei cambiata, e solo in meglio.

Quando ero adolescente ero interessata alle dinamiche partitiche della politica. Ora no, non più, ora sono interessata semplicemente alla politica “applicata”.

Quindi, da qui, un grande interessamento al femminismo. Un femminismo inteso come promozione di valori al di là dei pregiudizi; verso una maggiore indipendenza non tanto pratica, quanto di pensiero.

Pensare di poter stare bene anche senza un uomo al proprio fianco; di poter essere libera di camminare in strada la sera e non aver paura; poter fare benzina di notte senza trascinarmi l’amico di turno a farmi da guardia del corpo; di non essere oggetto di critiche, soprattutto da altre donne che sembra abbiano il cervello ancora inzuppato di retaggi di un mondo maschile e maschilista che non ci appartiene più.

Pensare di poter avere accesso alla pillola del giorno dopo al primo ambulatorio di guardia medica/pronto soccorso ginecologico in cui ti fermi, e non dover aspettare che passino ore e che apra il consultorio (e non è detto che nel consultorio te la prescrivino con così tanta rapidità).

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Per questo, per molti altri motivi; per me e per le donne belle e forti che conosco; per quelle che non conosco ancora; per quelle che invece si sentono nullità e non riescono a riprendersi da situazioni morbose, stressanti e pericolose; per le mie cuginette piccole, che spero vivano in un mondo sempre meno rosa ma colorato di tutti i colori che vogliono; per i bambini che spero imparino a scuola e a casa che tutti possono fare tutto; sabato sarò a Roma.

Perché voglio che non ci sia più bisogno di manifestazioni “di genere”, del genere.

Per informazioni:

https://nonunadimeno.wordpress.com/

 

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Senza mani, senza piedi (e senza sellino)

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Ultimamente dormo massimo sei ore a notte, precisamente dalla prima notte in cui ti ho scritto.

Mi piace pensare che quelle ore mancanti alle mie canoniche otto siano in giro;

a far compagnia alle mie occhiaie, pronte a ricordarmi allo specchio che mi manca qualcosa;

tra le sigarette che ho fumato di notte, insieme a qualcuno, sotto casa mia prima di scendere dall’auto, quando sembra che il tempo si cristallizzi e vengono raccontate grandi verità, ci sono risate vere e piani per un domani che è già oggi;

nei bicchierini di Jageirmaster che bevo con le ragazze dietro il bancone, se la serata al club va bene, se va male, basta che sia con ghiaccio perché pure quello si mastica, mentre sto per fumarci su;

tra le parole delle canzoni che ho sempre ascoltato e che ora il mio cervello ha stabilito dovessi c’entrarci anche tu, maledetto;

tra le ruote della mia auto, tra i chilometri che ho macinato cantando per farmi compagnia, per ristabilire la mia dose quotidiana di allegria obbligatoria, mandando saluti a bambini annoiati che mi guardano dal sedile posteriore;

tra il cloro di una piccola piscina di provincia, tra il mio imperfetto stile dorso, le articolazioni che scricchiolano spaventosamente e i giorni persi da recuperare, in questa vita o in un’altra;

nei miei pensieri contorti come grovigli che si diramano dalla mia testa dura, una strana alternativa ai capelli che, ostinatamente, taglio via, quasi come se fossero loro gli unici veri colpevoli della mia confusione mentale.

Le mie ore di sonno mancanti, forse, stanno facendo compagnia alle tue, perse in altre situazioni che non mi toccano.

I pensieri, il tempo, i soldi, ognuno li spende come vuole.

Ma a me piace immaginare che in un universo parallelo ci siano due come noi che si prestano il sonno perduto. Ritrovandolo nelle medesime cose.

Vicini, in quel mondo e in quel modo.

(ricominciare a pensare di fidarsi di nuovo di qualcuno con, stavolta, uno sguardo meno miope del tuo, sembra sempre più difficile; come andare in bici con mille sadiche varianti: senza mani, senza piedi, senza sellino… e qui sò dolori)

Intanto, continuerò a perdermi in questa intricata Babilonia.