Smetto quando voglio

Il problema è che i miei gusti sul vestiario sono passati dalle t-shirts colorate  (palesemente troppo strette) con Snoopy e l’allegra combriccola dei Peanuts, alle (palesemente troppo poche) camicie pseudohipstersonoappenauscitadallaboscagliaoppuremivestopropriocomemianonnamasonopiùlibertinadilei senza che io me ne accorgessi davvero.

io sotto al letto ci guardo, oh...non sempre, ma ci guardo.
io sotto al letto ci guardo, oh…non sempre, ma ci guardo, crediamoci.

Tutto ciò è l’emblema di come, abbastanza facilmente, sia capace di infilarmi in nuove mirabolanti avventure con una presa di coscienza pari al nulla. È successo questo per tutte le faccende più faticose ma soddisfacenti dei miei ultimi otto anni, è successo questo anche, inaspettatamente, per questo febbraio.

Tempi bui per i “bipolari sociali” come la sottoscritta; quelli che sono “l’anima della festa/pantofolai“; quelli che, malgrado tutto (e prima di tutto) loro stessi, si ritrovano a mediare tra più teste o, semplicemente, a raccogliere soldi per il regalo del festeggiato di turno proprio quando si cercava di non dare nell’occhio e di mettere semplicemente la propria quota (spesso e volentieri non solo o si anticipa tutto o si perdono pomeriggi a fare conti ma ci si lascia sfuggire la mano con una variegata coreografia di bigliettini, cartonati, sorprese varie con, mi-ni-mo, una caccia al tesoro…).

Come sempre, mentre ero placidamente dedita alle mie attività predilette, quali lo scaccolamento mentale e l’osservazione dei propri pensieri vaganti, comodamente a cavalcioni su un ipotetico ciglio del fossato, è arrivata una richiesta dallo spazio che non avrei immaginato.

Un lavoro assistenziale in cui, ho scoperto, riesco piuttosto bene. Solo dopo ci ho ricamato sopra a stà faccenda manco fossi la capo-vecchia del circolo del ricamo di Cantù (del cui celeberrimo ricamo conosco solo il nome dato che mia madre ha, da sempre, lasciato ogni speranza riguardo il prepararmi un cascione del corredo e non le ho mai chiesto se perché non abbia fiducia nelle mie doti seduttive nell’ambito dell’operazione acchiappailpolloesistemati o se, realmente, siamo una famiglia moderna che è ben oltre queste usanze antiche-arcaiche-retrograde-maschiliste). Il risultato di cotanto ricamo mentale, ‘nsomma, è che più cerchiamo di fuggire dai nostri scheletri nell’armadio più quelli ci rincorrono: nei sogni come nella vita reale, rendendoci il presente ancora più difficile da affrontare di quello che, realmente, è.

Io ho cercato per anni di andarmene in giro fischiettando e facendo finta che i fatti non mi riguardassero…eppure delle realtà poco comode mi hanno raggiunto. Ho deciso di affrontarle con una risata e con tutta l’autoironia che ho cacciato fuori in questi ultimi tre anni e con la quale ho commutato la pesantezza del presente in risate…a volte stupide, a volte forzate ma frutto di un’esistenza ben lontana alla commiserazione.

Ho sempre pensato che chi si autocommiseri sia un pallemosce, perdonate il francesismo, e autorizzo le persone che più mi sono vicine a trincerarmi metaforicamente i testicoli che, ahimè o per fortuna, fisicamente non posseggo qualora dovessi incominciare a lagnarmi in giro.

Ci provo così, vado avanti…mal che vada, mal che debba alleggerire il carico tra lavoro, studio e la mia amata-odiata associazione a delinquere (una a caso: http://club33giri.it/ ) smetto quando voglio. Senza lamentarmi, of course.

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