L’Amore dura meno di un pacchetto di preservativi

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Il pacco da tre è da poracci, da pessimisti, da gente con poca fantasia.

È un incontro occasionale, vada quello da sei. Non di più, non siamo mica fidanzati, chi lo sa se ci si rivede presto… o più.

Nella migliore dell’ipotesi ne vengono consumati due. Il pacco da tre andava benissimo, lo sappiamo tutti e due, l’abbiamo sempre saputo, ma è becero anche solo ammetterlo, come portarsi i preservativi da casa e non comprarli insieme se non si ha un’idea chiarissima di come andrà la serata.

Pacchetti di preservativi iniziati con qualcuno con cui non li finirai mai. Se ci penso mi fa strano. Negli ultimi anni è successo, non dico di no.

Nulla a che vedere con quella routine abitudinaria del radunare in auto gli spiccioli con il tuo fidanzato, insieme, prenderli cercando il rapporto quantità/prezzo migliore, consumarli con la tranquillità che solo ciò che conosci abbastanza bene sa dare, insieme, tenere il conto di quanti manchino alla fine, insieme.

Il sesso occasionale, o quello che gli assomiglia almeno un po’, è diverso: è domani forse non mi scriverai; domani forse ci ripenserai; sto facendo una cazzata; non mi piaci davvero; non so perché sono qui; non riesco a non pensare a quello stronzo di merda anche adesso; però hai il pisello più grande dell’ultimo e non baci nemmeno tanto male; forse è l’ultima volta che saremo nudi nello stesso posto; possiamo fare qualsiasi cosa tanto chi ti rivede più.

È far addormentare, volutamente, la nostra parte sentimentale, troppo stanca o delusa da essere perennemente sveglia e attiva, quando i pensieri sono come falene illuse che sbattono contro lampadine incandescenti, convinte che riprovarci e ritornare verso la luce non faccia così male. È egoismo puro; un egoismo sacrosanto, che chiunque dovrebbe provare, non per esercitare una pseudocattiveria gratuita, ma per ricordarci che siamo vivi, che siamo ancora animali a sangue caldo, che possiamo far finta di essere solo quelli, per qualche ora.

È come una passeggiata in montagna che ti lascia la testa leggera come un palloncino il giorno seguente ma che dopo due giorni si fa maledire per tutti i muscoli ancora doloranti.

Ovviamente parlo degli incontri consensienti tra due persone libere, nel mio elogio alla superficialità non sono compresi coniugi o simil tali a cui mentire, per quel che mi riguarda è già troppo difficile gestire una sola relazione per essere una fan del gestirne un paio contemporaneamente.

Non sto parlando della regola, parlo dell’eccezione: la regola è vivere pensando che prima o poi ti capiti una botta di fortuna e possa incrociare qualcuno interessante, coraggioso e anche relativamente sano di mente con cui intrecciare una stabile e duratura corrispondenza di amorosi sensi ; l’eccezione è cedere, non eccessivamente ma farlo, ogni tanto, alle lusinghe di qualcuno a cui le tue tette o il tuo culo stiano abbastanza simpatici e che, nei modi di fare, ti ispiri fiducia, simpatia ma soprattutto pensieri abbastanza agitati, anche solo per un po’.

Pensieri ridicoli, pensieri da adolescenti, pensieri colorati, pensieri preda degli ormoni.

È anche la magica arte che del saper dosare bene i gesti e le parole, specialmente in quei momenti imbarazzanti prima e, soprattutto, dopo. Non offendersi se ti viene data poca attenzione, non offendere dandone poca, non fermarti incantata a formulare pensieri gravi se non vuoi sentirti chiedere l’inevitabile: “a cosa stai pensando?” oppure tieniti delle risposte jolly generiche da usare in caso di emergenza, del tipo “qui vicino c’è un sito archeologico molto interessante di età romana/ domani devo fare la lavatrice/ fa umido la sera anche se siamo a maggio, eh?!?” 

Se questa fosse la regola mi sentirei svuotata. Ma così no. Bisogna solo essere abbastanza bravi da non far diventare quell’eccezione un’ossessione, bisogna un po’ mentire a se stessi, mettere in conto di essere lucidi anche quando non vorresti, per non far del male a te e/o a chi condivide questa botta di vita e questo pacchetto di preservativi da sei, che hai lasciato nella mia borsa, che forse non rivedrai mai, che forse non ci rivedremo mai, che forse chissà con chi altro finirà.

Ma soprattutto mai, e dico mai, se l’altro ti abbraccia dicendoti “stasera facciamo finta di volerci bene“, rispondere “ma io ti voglio già bene, non devo far finta“.

Non si può giocare con il cuore della gente se non sei un professionista, ma ho la cura”

 

 

 

La sindrome dell’ Acierrina

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“Io, poi, sono stata nell’ Azione Cattolica, non augurerei mai il male a qualcuno…”

“Potresti pregare Gesù affinché gliene faccia, tuttalpiù”.

Nella primavera del 1997 si sono succeduti un paio di avvenimenti che hanno irrimediabilmente segnato e condizionato la mia esistenza  forevah , per tutti gli anni a venire: mio zio Domenico mi regala un’audiocassetta e un cd di Lorenzo Cherubini e mia mamma mi iscrive all’Azione Cattolica. Tutto il resto è storia.

Quanto, sia Jovanotti sia l’associazionismo, abbiano deviato e condizionato la mia esistenza è ben visibile in quello che faccio, che dico, che penso. E dire che mio padre voleva iscrivermi agli scout, l’altro gruppo della nostra parrocchia, e io solo per ribellione alle imposizioni genitoriali ho preferito l’AC; pessima già da piccola, non c’è che dire.

Ho sentito alla radio che tutto quello che siamo, a livello di intelligenza emotiva, succede entro i nostri primi 15 anni, poi è solo un rimediare a quello che non doveva succedere ma è accaduto.

Ho frequentato assiduamente tutto il mirabolante mondo dell’attivismo cattolico fino al 2012, poi me ne sono completamente allontanata, ora ritorna, ad ondate. Succede che sei sul treno e ascolti divertita un ragazzo che racconta alle amiche di quando ad un campo scuola durante un momento di preghiera lui mangiasse, con la stessa solennità che solo un momento mistico saprebbe dare, pane e salsiccia sott’olio; succede che sei al centro di Roma e ricordi perfettamente tutte le gite e gitarelle fatte con il gruppo; succede che ti rivedi con quella tua amica che non vedi da gennaio e ti ritrovi a parlare delle nuove elezioni in diocesi; succede che le tue educatrici organizzino una cena/rimpatriata e ci vai con mille dubbi ma te ne torni a casa con la mascella che ti fa male per quanto abbia riso; succede che stanotte sogni di avere la gestione del gruppo giovanissimi, il mio unico pallino, per quanto riguardava il “fare carriera” in associazione.

Succede, lo fai succedere, almeno nella tua testa. In una provincia del cavolo come quella casertana le realtà parrocchiali salvano i ragazzi dall’apatia, fanno sviluppare un’emancipazione dalla famiglia durante i campi scuola, danno un’impronta mentale differente. So cosa vuol dire lavorare in team perché ho incominciato a “lavorarvici” a 8 anni, ho creato legami indissolubili, ho imparato l’iconografia dei santi, conosco un po’ la Bibbia, e sono una fan delle canzoni di chiesa. Sono cose che in un modo o nell’altro mi son servite anche quando il mio rapporto con il trascendentale era molto combattuto. Ora non riesco a credere che non ci sia nulla ma non posso piegarmi a quello che viene detto alle masse da certi preti balordi. Per me Gesù era una rockstar, comunista e “anticlericale” e da questa figura sono totalmente affascinata. Come lo sono di quei “preti di periferia che vanno avanti nonostante il Vaticano”. Essere prete, in fondo, se gli togli il celibato, è il miglior lavoro del mondo, peccato che il mondo ecclesiastico sia profondamente maschilista, perché le donne potrebbero risollevare e rivoluzionare questa chiesa sotto molti aspetti stagnante e ipocrita.

Ma no so se tornerò. Non lo so perché potrebbe essere un ritornare a un ambiente familiare per riesumare dei ricordi davvero belli (che, come gli anni andati, non torneranno più) e di questo ho molta paura, perché quello che più mi auguro, in questa vita, e di essere sempre una versione aggiornata di me stessa, manco fossi un sistema operativo.

La cosa divertente è che alla rimpatriata dell’altra sera, ad un certo punto, otto di noi su dieci hanno ammesso di aver desiderato iscriversi agli scout almeno una volta nella vita. E forse è questo quello che ci fotte. Mentre quelli se ne vanno in giro con i calzoncini e sono superconvinti ed orgogliosi di quello che sono, noi pensiamo sempre di aver sbagliato qualcosa.

E io tra l’orgoglio un po’ con i paraocchi e l’insicurezza perenne non so cosa sia meglio, eh.

Prometto

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Presentarmi alla visita dalla nutrizionista con dei calzini con degli hot-dog disegnati su avrebbe dovuto mettere le cose in chiaro. Invece questo gesto è stato il presagio che, in futuro, gli hot dog e tutto quello che c’è di più succulento in un puorco, avrei potuto vederli solo sui miei bei calzini amaranto, presi dal reparto maschile di HM, perché non ho ancora capito come mai in quello femminile è tutto un arcobaleno e unicorni svolazzanti. Abbiamo bisogno degli unicorni, sia ben chiaro; gli unicorni sono dei rinoceronti che ce l’hanno fatta, quindi benvengano ma non imponeteceli, dando per scontato che ogni essere vulva-dotato li preferisca a qualsiasi altra cosa (ah, no… ora che ci penso c’era anche una felpa con del sushi disegnato… ma io, dopo l’intossicazione alimentare dell’ultima volta non voglio vedere un chicco di riso avvolto da un’alga per i prossimi tre mesi).

Morale della favola (della nutrizionista): analizzando le mie vecchie analisi, facendoci due chiacchiere su quante volte mi si gonfi la pancia, comedoveeperché, è uscito fuori che ho una sorta di ipersensibilità al glutine, che con l’intolleranza al lattosio e l’allergia al nichel compone un Trio delle Meraviglie che non augurerei nemmeno a quella che mi ha scippato il ragazzo, un po’ di tempo fa (tra l’altro, proprio ieri, nel giorno dell’ammore ho scoperto che sono andati a convivere lì, nella Terra del Luppolo. Forse è meglio così, dato che non posso nemmeno guardarlo da lontano, ora, un luppolo). Il rischio, nel continuare a fregarmene e sbafanarmi etti di farina di grano duro e puro, è che a poco a poco mi vengano delle ulcere con tutto il carnet di fastidi del caso… e per quanto spesso sia stupida e autolesionista no, le ulcere non per cause alcoliche o sentimentali… no. Se proprio devo perire di stomaco, voglio perirci come il Bukowski con le tette della situazione, altrimenti niente.

Tutta questa faccenda coincide con un periodo bello nuovo, e questo mi sembra solo un tassello in più: ho promesso a me stessa che avrei sradicato alcune pessime abitudini che trascino da quasi trent’anni, e lo spirito Jovanottiano del iopenshoposhitivo che alberga in me da due lunghissimi decenni mi ha portato a cercare di capire perché anche quando mangio due biscotti al mattino mi senta male. L’ho scoperto; mi spaventa il pensiero di dover rivoluzionare tutto, ma mi emoziona anche. Se un problema reale si sta risolvendo, anche i suoi benefici reali non tarderanno a mostrarsi. E, a quel punto, saprò che ne è valsa la pena.

È sempre questione di promesse. E le promesse più difficili sono quelle che facciamo a noi stessi, prima di addormentarci; quelle che non raccontiamo a nessuno così non abbiamo nessun cazzìatore ufficiale che ci rammenti che non stiamo facendo nulla per metterle in pratica; quelle che più rimandiamo il primo passo per compierle, più ci sembrano pesanti e insormontabili.

E allora io prometto:

di rispettare questa nuova dieta, ma non mi autoflaggellerò se mi verrà voglia di un amaro a fine serata;

di perdonarmi per i miei ritardi cronici, il mio essere ostinata, il mio non arrendermi all’evidenza;

di perdonarlo, non tanto per lui, eh… ma perché io merito di pensare a tutta quella faccenda (e, allargandoci, a tutte le faccende da Piccoliproblemidicuorenatidaun’amiciziacheprofumad’ammore) con serenità, perché solo i cuori leggeri riescono a volare alto, volare oltre (e pure un po’ per lui, che alla fine non è stato proprio tutto stò Hannibal Lecter della situazione);

di silenziare il cellulare per un’ora e concentrarmi su quello che faccio, e basta;

di rifuggire dalle lamentele sterili degli altri… esistono le moleskine, non gli amici, per sfogarsi senza pietà e maturità;

di portarmi ancora, e ancora, e ancora, e ancora, a vedere casa mia dalla cima di una montagna, fosse solo la montagna che ho sempre guardato dalla mia finestra, quella che significa “sei tornata a casa“, quella di cui prima o poi mi tatuerò il profilo.

Stamattina il cielo era sgombro, non c’era una nuvola e io mi sentivo raggiante.

Marzo è vicino, e io aspetto come un’innamorata impaziente quei nuovi colori.

Il coraggio di vivere, quello, forse già c’è.

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e, intanto, c’è anche una nuova playlist

Che sia benedetta (ma non troppo)

Come molte volte ho contemporaneamente rovinato e migliorato la vita di me medesima (e ne sono uscita-più o meno-indenne)

Un paio di settimane fa ho partecipato, abbastanza inconscientemente, ad una Catena di Sant’Antonio 2.0 che consisteva nello scambiare libri: tu ne mandi uno a un indirizzo che ti passa di soppiatto un tuo contatto e quindi giri l’indirizzo di questo ai primi sei che mettono mipiace al post riguardante questa catena. È come i Secret Santa che organizzano le blogger fighe e seguite da millemila followers solo che, quando ho messo il mipiace, stavolta, non avevo capito di essermi ritrovata in un circuito di scambisti di carta stampata.

Da qui, il passo al riferimento spicciolo su quante volte ci troviamo impelagati, nostro malgrado o meno, in situazioni di libero scambio emotivo/sentimentale/relazionale con gli altri, è stato brevissimo.

Ma è proprio così.

Ovviamente dal mio punto di vista.

Sicché ho pensato a quest’anno che è partito in un modo o’ famo strano ma migliora ogni giorno-o quasi-de’ più, al fatto che quei miei maledettissimi difetti se giro la frittata mi sembrino dei punti di forza e che, ironia della sorte (e la sorte è sempre un bel po’ ironica dalle mie parti) mi hanno distrutto le giornate ma me le hanno hanno un po’ svoltate.

E dato che spiattellare i fatti miei è diventato il mio sport autunno/inverno/primavera, ci faccio una Fantaclassifica , prendendo ognuno di questi punti come un buon proposito non solo per il duemiladiciassette, ma foreverandever nei secolideisecoliammén.

#1. So essere estremamente e stupidamente sincera

La sincerità è la cosa più bella del mondo ma spesso le persone non sono propense a sentire il tuo puntiglioso punto di vista sulla questione. A volte sono odiosa, sembra che stia su un piedistallo del cazzo, ma è tutto fittizio. È solo che sono una vera fan del libero scambio di opinioni, le mie e quelle degli altri. In società, però, dovrei darmi un tono e non sbadigliare se, per esempio, sono ad una boriosissima e noiosissima presentazione di un libro, perché a sto’ punto me ne rimanevo a casa e facevo un favore a me e all’ego dell’autore il quale, vedendomi sbadigliare, si convince di essere un intelletuale troppo aulico per finte radical-chic da pasta e patate come me. Tutto ciò è controproducente.

Il mio problema, poi, non sono nemmeno i pensieri o le parole; sono le mie facce, su quelle ci devo lavorare ancora un bel po’.

#2. Sono coraggiosa in ammore come non lo sono in nessun altro aspetto della mia vita

Prega qualsiasi divinità che io non mi innamori/invaghisca/rimanga colpita da te; ciò vuol dire che se anche tu conosci appena il mio nome io, prima o poi (più prima che poi, povero te), mi rivelerò, mettendoti anche una ‘ntecchia in crisi.

Precisiamo una cosa: non sono più la giovane ragazzina disillusa di un tempo che crede nel grande ammore/il principe azzurro/la casetta di marzapane ecc ecc… semplicemente ho sempre pensato che avere dei sentimenti verso qualcuno e non manifestarli fosse una cosa un po’ fessa, perché sono stata anni a sentirmi dire “ma lo sai che quando stavo in primo liceo mi piacevi/quando quella volta siamo rimasti da soli a parlare avrei voluto baciarti/tre anni fa mi piacevi molto ma non avevo il coraggio“… onestamente, non ditemelo a posteriori, non ha senso. Le cose belle si spiattellano e, se penso delle cose belle su di te… te le dico. Anche se forse non mi rendo conto che tu non sei pronto a sentirtele dire; anche se tu viaggi ad una velocità diversa dalla mia su questo trenino impazzito che non si capisce bene a quale stazione si fermerà mai. Egoisticamente io mi sono tolta un peso. Tu, se sei pronto agisci di conseguenza, altrimenti sappi che dal mio cuoricino pulsante arrivano dei battiti che, in qualche modo, ti faranno compagnia ugualmente. Si spera sempre più silentemente, perché sto riscoprendo l’importanza del cioncarsi le mani e la lingua e l’inutilità dell’accanimento terapeutico verso una situazione già chiara. Poi, quelli che dicono che il tempo serve hanno ragione… le cose cambiano, anche i battiti.

Però ricevere un (uno di nome e di fatto, non uno che ne sono dieci!) messaggio da una persona che ci ha voluto davvero bene, seppur non abbiamo potuto ricambiare questo bene, è un dono raro, una coperta da tenere in serbo per le notti più fredde e non lasciare nel dimenticatoio. Davvero ci credo che l’amore dato non sia sprecato e ti torni, in qualche modo.

#3. Confondo “uscire dalla comfort zone” con “complicarmi la vita”

Cresciuta con la sindrome del nessunomicapisce, inconsapevolmente o meno vado costruendo la mia realtà quotidiana complicandomi la vita, in nome del rifuggire dalla routine. Mio padre mi ha sempre ripetuto, in napoletano, un detto che tradotto dice più o meno “chi non ha una testa buona ha di sicuro dei piedi buoni“, il che vuol dire che se ti complichi la vita poi te la devi piangere da sola. Sante parole, in teoria.

Il fatto è che io sono spaventata da morire dalla routine, forse è perché abito con mio fratello che ha un disturbo ossessivo compulsivo diagnosticato e quindi vedo cosa significhi rimanere seriamente ingabbiati nelle abitudini; forse (e sarà soprattutto per questo) è perché fondamentalmente sono pigra e per costruire una routine sana ci vuole tanta forza di volontà. Non mi sto giustificando, sia chiaro: c’ho messo 28 anni a capire che abbiamo bisogno di routine e di sicurezze, che ci servono anche quando decidiamo di trasgredirle, perché di base ci donano serenità. E chi è sereno affronta ogni aspetto senza drammi anche quando i programmi saltano (o, almeno, si spera).

#4. “Ho sempre avuto pochissime idee, ma in compenso fisse” (citazione umile da Fabrizio De Andrè)

(io mi fisso… forte)

Se incomincio a fare mia una convinzione, qualunque essa sia, dall’essere categorica sul non gettare i mozziconi a terra al gettare il vetro dopo un evento al Club 33 Giri, quella è legge più legge delle leggi che noi fuckthesystem ribelli trasgrediamo. È così.

Come la mia fissazione ventennale, ormai, per Lorenzo Cherubini aka Jovanotti, o il mio amore, esclusivamente legato alla sua caratura culturale (sia chiaro!), per Alberto Angela. Sono stelle fisse incrollabili nel vasto cielo della mia mente contorta. Per esempio, per quanto riguarda il farmi passare un pallino così presente come quello di Alby, bisognerebbe farla proprio grossa: tipo che Alberto Angela dica pubblicamente che gli Etruschi siano stati dei coglioni. Ma non voglio nemmeno pensarci che già mi vengono i brividi.

Il brutto delle fissazioni è che chi non le ha come le tue non ti capisce… e chi le ha, sembra un invasato e ti spaventa. Nel mezzo ci sei tu, che spaventi quelli che non ne hanno e deludi per poco afflato quelli che ne hanno. Che amarezza.

 

La lista sarebbe ancora tanto lunga ma ho pietà di chi potrebbe leggere e poi c’ho ‘dda fà, indi per cui lascio il qrcode strafigo di quest’altra playlist, che ascoltavo mentre cercavo di mettere in ordine i miei pensieri.

Difettosi o no, la vita è bella over’ . Cià.

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La Tristezza sarà anche un ricatto, ma non è un Tabù

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“e sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re…”

Se c’è qualcosa che non va, su questa faccia, la mia, lo leggi ad un chilometro di distanza.

E se lo leggi, e ti preoccupi, incominci a farmi domande su domande, a chiedermi cosa sia successo, perché stia così, se c’è qualcosa che si può fare per farmi stare meglio.

La risposta universale è No.

No, non è successo niente di particolare.

No, non so nemmeno perché stia così.

No, non puoi fare niente, nè tu nè io. Forse voglio stare in stand-by. Domani andrà meglio.

Dalle mie parti, e per le mie parti intendo la Contea della Panda, ovvero lo spazio fisico che ricopre la mia supercar, parcheggiata o in moto, ovunque lei sia; si è insinuato il Tabù della Tristezza: oggi mi sento da schifo, ma devo festeggiare come se avessi appena trovato cento euro a terra, sempre, ovunque, comunque.

Non è stata una scelta voluta ma è successo che me la sia autoimposta, col tempo.

Il mio migliore amico si lamentava perché non riusciva a reagire agli scazzi familiari?

Ma che sarà mai, almeno hai dei genitori.

Non riesci a studiare?

Eh, pensa a me che sono fuoricorso da mille anni.

Naso chiuso, raffreddore?

Perché ti lamenti se non sei nemmeno allergico? Il raffreddore passa, l’allergia no.

Diciamo che è una politica non solo controproducente, ma anche un bel po’ fessa.

Studi scientifici dimostrano che minimizzare i piccoli-o grandi-dolori da niente che provano gli altri in nome di un’allegria forzata non porta al risultato ottenuto, anzi. Va a finire che nessuno ti racconti più niente perché tu stai lì col tuo dito puntato a far sentire gli altri dei lagnoni.

La vera rivoluzione è che lagnarsi per una sera è cosa buona e giusta. Per due sere è dovuto. Per tre, allora, fammi puntare tutte le dita da maestrina del cazzo perché mi stanno sanguinando le orecchie a furia di sentirti.

E rimanere a casa, per far soffriggere a fuoco lento quella sensazione di torpore che ti ricopre tristemente i pensieri, va bene. Io ora lo vedo come un atto d’amore per se stessi, proprio come truccarsi, lavarsi i capelli, comprare un paio di stivali col tacco che ti fanno sentire figa.

“Stasera non esco, non insistete, voglio far rosolare il pensiero che a quasi 29 anni vivo ancora con i miei; poi me lo magno, stanotte digerisco e domani mattina mi sentirò meglio”.

Anche se ciò non cambia materialmente la condizione che mi rende afflitta, con i miei ci vivo ancora e non so fino a quando (ma era per dire).

Quando vidi Inside Out mi commossi tantissimo, perché, finalmente, Tristezza veniva vista con la sua veste migliore. Sembra una di quelle frasi zen da due soldi, ma a me serve una settimana di pioggia (o anche meno, forse…) per capire quanto sia meraviglioso uscire di casa con i miei cani al tramonto.

Ma io non faccio testo, spero che a voi serva di meno, onestamente.

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A questo giro ho lo smartofono rotto e non posso provare subito che questo Qrcode funzioni, quindi dato che ho fatto una mirabolante playlist anche oggi, metto anche il link qui sotto:

 

 

 

Ci sono partenze che non partono mai

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foto regalata da Miriam Mercore che, tra le tante cose, racconta e guarda la provincia, in particolar modo la mia, in un modo molto simile a quello con cui ci si ferma a guardare un rudere antico, un affresco scolorito in una chiesa: curiosità, frustrazione, amore. Le sue parole e i suoi sguardi li trovate anche qui, sul blog ” Il rumore delle cose“.

Non sono pronta.

Ma non lo sarò mai, davvero, completamente.

Mi ripeto che non ho un buon equipaggiamento nel mio zaino, quello enorme della decathlon che ho rubato a mio fratello, eppure, quando sono arrivata all’ostello, a Catania, un paio di settimane fa, la giovane donna finlandese che dormiva nel letto a castello con me (io, ovviamente avevo il letto superiore; non importa se stia viaggiando o se stia in vacanza al mare, per qualche stranissima ragione sono anni che capito solo al letto-di-sù – a volte anche senza scaletta e sponda e lì, sono risate) mi ha chiesto se venissi da un lungo viaggio, perché avevo lo zaino stracolmo  (e io venivo solo da Caserta, e solo lì sarei tornata).

Eppure non è stato sempre così. Quando sono partita per un tratto del Cammino di Santiago, per esempio, gli altri pellegrini mi chiedevano come facessi a mettere tutto nella mia bonita mochilla, il mio zaino Invicta delle medie, che pesava pochissimo ma aveva tutto quello che poteva servirmi, se non di più.

Devo aver perso per strada, in questi quattro anni e mezzo, il senso della leggerezza, e non solo nel preparare un bagaglio.

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tipico esempio di strada trafficata della Galizia

Il vero problema è che sto portando con me l’equipaggiamento sbagliato. Devo buttare un bel po’ di fardelli pesanti, devo sopportare l’idea che si possa sopravvivere solo con tre mutande ma devo lavarne una a sera, e soprattutto devo averne voglia.

In questo preciso momento della mia vita mi sento proprio così: è un periodo pieno come un calderone di roba puzzolente che ribolle e ribolle, ma non cuoce mai. É davvero necessario che mangi anche questo? Posso sopravvivere senza? É proprio quello che voglio? Non è che, intanto, mentre decido se aspettare definitivamente o no, possa occuparmi di qualcosa di diverso e vedere se mi piace di più?

Se ripenso a questi ultimi anni mi sento come in stand-by: non ho ancora finito l’università, che forse in cuor mio non voglio finire davvero; barcamenata tra lavori che sì, son serviti a sviluppare la mia sensibilità e mi hanno messa duramente alla prova (non è da tutti, e qui lo dico con una punta di orgoglio, ritrovarsi a fare da badante-perchè questo ero a tutti gli effetti- ad una ragazza paraplegica ma riuscirci, superare la disabilità, arrivare a diventare sua amica per la pelle, soprattutto se non hai altra formazione che la tua sensibilità e voglia di fare); ritrovarsi di nuovo a mettersi in discussione, con una sola certezza, quella che le parole, le parole scritte, le parole che scrivo, siano l’unica costante della mia vita, da quando ero bambina ad ora.

Mi guardo adesso e nei momenti più tinti dallo sconforto mi ritrovo con un bel niente in mano. Ma non è troppo tardi, non lo è mai. Dovrei tatuarmela in fronte questa frase, magari al contrario, così quando mi guardo allo specchio me ne ricorderei più facilmente.

Non è tardi per finire gli studi, per rimettermi a studiare, partendo anche dai documentari del Sommo Alberto Angela, che tanto adoro e mi appassionano.

Non è tardi per decidere di farmi tre ore di camminata a settimana con i miei cani, perché i miei (e i loro) muscoli hanno bisogno di sentirsi vivi, così anche i pensieri vagano meglio nella testa, che mi auguro diventi ogni giorno di più un contenitore, non una gabbia.

Non è tardi per studiare, approfondire, capire, il mondo della scrittura sul web, perché più passa il tempo, più sento che quella sia la strada giusta. Sarà una vita da freelance, e sarà anche una vita di merda, come dicono tutti quelli che conosco e che ci sono già passati, ma io ho poca dimestichezza con gli orari di ufficio e con i superiori, in generale.

Ho deciso di partire da un impegno costante: ogni mercoledì, qui, su questo che reputo il mio primo figlio, lascerò una traccia di questa risalita, di questa costruzione cosciente di me stessa.

Il mercoledì mi è sempre piaciuto, io sono nata di mercoledì, per dirne una.

Sarà difficile, all’inizio mi sentirò anche un po’ stupida, ma sarà una partenza.

Per una volta partire davvero. E se si dice che il viaggio conti quanto la meta, sono pronta a guardare dal finestrino.

Ho pur sempre la musica che mi accompagna.

 

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Per questo post e per tutti quelli che ne verranno ogni mercoledì ho creato una playlist sul tema del viaggio-andante-chi parte sa da cosa fugge ma non sa quello che trova. E dato che non sono nè sarò mai una nerd ma mi piace smanettare sul pc, se apri questo QRcode la puoi ascoltare anche tu. Non è virus, giuro!

Sorelle fantastiche e dove (ri)trovarle

Ci rivediamo dopo tre anni. Ci riparliamo dopo tre anni, per la precisione. Ho il cuore che mi batte più forte del normale e ho visto che quando mi sono avvicinata hai fatto uno sguardo un misto tra la paura e il sorpreso. Ho rotto il ghiaccio con il massimo dell’acidità che avevo in corpo e tu mi hai presa sottobraccio, perché lo hai sempre saputo che non so bluffare, non so giocare a poker, non so giocare a nessun gioco con le carte in realtà, se escludiamo la scopa e assopigliatutto, ma lì non serve a molto fare una faccia impassibile.

Diamo i nomi alle cose: migliore amica; sei stata la mia migliore amica per quattro lunghissimi e intensissimi anni; anni in cui mi sono innamorata, sono stata delusa, mi sono rinnamorata, ho viaggiato, studiato, ascoltato, bevuto. Tra i miei 20 e i 24 anni.

Anni che, per i successivi quattro ho cancellato, negato, odiato.

Fino alla scorsa estate; quando mi si è aperto il cuore, quando la percezione delle cose è cambiata, quando sono riuscita a guardare con occhi nuovi tutto ciò che di più familiare avessi. E sono ritornata in uno dei luoghi dell’anima più amati della mia vita. Un gruppo che avevo abbandonato proprio quattro anni fa ma che fa ancora parte di me. Lì c’eri anche tu.

Gli anni andati l’una senza l’altra, tutti gli accadimenti, voluti o no, nelle nostre vite, hanno fatto in modo che, un mese fa, io fossi sotto braccio con te, che prendessi i tuoi pensieri spaventati con la giusta e dovuta leggerezza.

Ritornare a parlare, con un imbarazzo che se va sempre più via ad ogni parola; ridere delle nostre sventure in amore, questo amore che ci ostiniamo a proiettare su qualcuno da salvare, credendo che sia l’unico modo per salvarci; del fatto che io sembri ancora una scappata di casa che quando si veste decide di non abbinare nessun colore e per non farne arrabbiare nessuno li indossi tutti e tu sei sempre la modaiola shopping-addicted di allora (ora di più, hai uno stipendio, cazzarola!); raccontare i successi, le ansie, le risalite lente ma definitive; questo è stato il mio ultimo regalo dell’anno che è appena finito e il primo di quello che è appena incominciato.

Mi piace pensare che sia successo perché tutte e due eravamo davvero pronte,

Mi piace pensare che sia successo perché doveva succedere, perché le nostre vite sono ancora legate e perché è così che dovrebbe funzionare nelle relazioni: si parla.

Io, che ho sempre investito più sugli amici che sull’amore, quando penso a tutto quello che si è sciolto con te, ne sono profondamente risollevata.

Chiudere il cerchio, farlo davvero, dirsi tutto quello che c’era da dirsi, fare in modo che succeda davvero è una fatica mentale non indifferente. Ma che soddisfazione, poi.

Ora non so come sarà. Quelle due ragazze parcheggiate in una 500 bianca a fumare e ad ascoltare Accireme sono diventate due donne strafighe che in qualche modo saranno ancora a ridere di tutto ciò che “nun è pe’ nient’ buon’…” insieme.

lovotto
una foto stupida fatta tanti anni fa di due tatuaggi che, accostati, hanno un grande significato.

(Questo post è dedicato a Lora ma non solo.

É dedicato a tutte le sorelle che ho incontrato sul mio Cammino;  a tutte quelle che porto nel mio cuore, quotidianamente, con me; a quelle che ho perso per strada; a quelle che sono ancora qui a cazziarmi, sopportarmi, ispirarmi. Chi dice che l’amicizia femminile è meno bella e sincera di quella uomo-donna è una bugiarda, e lo sa… basta aprire il cuore, e la strada sarà costellata di alleate che ti porgono una bottiglietta di acqua fresca quando senti che il sole sta picchiando forte. Io ho tante compagne di viaggio, e sono profondamente grata a loro per tutta la pazienza, l’amore e i pensieri che ripongono nei miei confronti. Non è scontato avere delle amiche così, e cerco di non dare per scontata nessuna di loro)